La fantasia, che domina gl'Italiani più degli altri popoli, fu poi in generale la causa che ogni passione trascorse presso di loro agli eccessi più riprovevoli e, secondo le circostanze, ricorse anche al delitto per riuscire nei propri intenti. Havvi una violenza figlia della debolezza, che non sa padroneggiare sè stessa: qui invece trattasi di un abuso brutale della forza. Talvolta esso raggiunge proporzioni gigantesche, e il delitto allora prende una forma e quasi una personificazione sua propria e speciale.
I ritegni vengono meno ogni dì più. All'azione dello Stato, basato sull'illegittimità e surto dalla violenza, ognuno, anche l'infimo della plebe, si crede autorizzato di sottrarsi, e nessuno ha fede in generale nel diritto e nella giustizia. Ad ogni delitto, prima ancora che se ne conoscano le circostanze, le simpatie di tutti involontariamente si volgono al colpevole:[318] il supplizio virilmente sopportato eccita talmente l'ammirazione, che quelli che lo narrano, facilmente dimenticano di accennare la causa, per cui venne inflitto.[319] Se poi accade talvolta che al profondo disprezzo della giustizia e alle molte vendette commesse in privato s'aggiunga anche l'impunità, come per avventura in tempi di politici commovimenti, si crederebbe addirittura che lo Stato e la vita civile sieno sul punto di sfasciarsi completamente. Tali momenti ebbe Napoli nel trapassare dalla signoria aragonese alla francese ed alla spagnuola, e tali li ebbe pure Milano nelle frequenti espulsioni degli Sforza e nei loro ritorni. Egli è in allora che vengono a galla quegli uomini, che nel loro segreto non hanno mai accettato nessun vincolo di leggi politiche e civili e che, giunta l'occasione, s'abbandonano brutalmente ai loro selvaggi istinti di rapina e di sangue. Vediamone un saggio desunto da una sfera d'azione delle più ristrette.
Allorquando lo Stato di Milano sin dal 1480 sofferse una grave scossa per le crisi interne scoppiate dopo la morte di Galeazzo Maria Sforza, nelle città di provincia venne tosto a mancare ogni sicurezza. Una ben dura prova ne fece Parma,[320] dove il governatore milanese, atterrito da minacce di morte, s'indusse a permettere che fossero tratti dal carcere alcuni facinorosi, e dove, dopo ciò, i furti, gl'incendii, gli assassinj commessi in pubblico divennero delitti quotidiani, mentre di notte circolavano per la città intere bande di malfattori armati e mascherati; — per non dire delle burle, delle satire e delle lettere minatorie, nonchè di un famoso sonetto diretto a spargere il ridicolo sull'autorità, che naturalmente se ne commosse più che d'ogni altra cosa. Il fatto poi che in molte chiese furono rubati i vasi sacri con entro le ostie consacrate, rivela un altro lato di quei misfatti, l'empietà. Ora egli è impossibile indovinare che cosa accadrebbe in qualunque paese del mondo anche oggidì, se per un momento restasse sospesa l'azione del potere civile e politico, e nel medesimo tempo la sua presenza rendesse impossibile la formazione d'un governo provvisorio; ma ciò che allora in simili occasioni accadeva in Italia assume un carattere affatto particolare, per la parte notevole che vi avevano le vendette.
In generale l'impressione che si riceve dall'Italia del Rinascimento è questa, che anche in tempi ordinari, i grandi delitti vi furono più frequenti, che altrove. Vero è, che in ciò potrebbe esservi un errore prodotto dalla circostanza, che qui proporzionatamente noi conosciamo un numero di fatti speciali molto maggiore che in qualsiasi altro paese, e che la fantasia, esaltandosi nella contemplazione del delitto reale, facilmente trascorre a inventare anche ciò, che non è effettivamente accaduto. Può darsi quindi che la somma delle violenze commesse raggiunga una cifra uguale anche altrove. Infatti chi potrebbe dire se (per esempio) le condizioni, in cui si trovava intorno al 1500 la Germania, più ricca e potente, fossero, fra tanti vagabondi masnadieri e cavalieri di ventura, migliori, o se la vita e la sicurezza individuale vi fossero meglio guarentite e protette? Ma tutto ciò in ogni caso non distruggerebbe il fatto, che il delitto premeditato, pagato, eseguito di terza mano e divenuto una speculazione o un mestiere, in Italia avea guadagnato a quel tempo proporzioni larghissime e veramente spaventevoli.
Se innanzi tutto diamo uno sguardo al malandrinaggio, l'Italia forse non ce ne parrà, almeno nelle regioni più fortunate, quale, ad esempio, la Toscana, tanto infestata, quanto erano a quel tempo la maggior parte dei paesi del nord. Ma nessun paese estero offre tipi di masnadieri, che s'assomiglino a quelli che dà l'Italia. Dove trovare, per esempio, un uomo pari a quell'ecclesiastico fatto selvaggio dalle passioni e a poco a poco divenuto capo di una schiera di banditi, di cui ci tengono parola le cronache ferraresi di questo tempo?[321] Il dì 12 agosto 1493, narrano esse, fu chiuso in una gabbia di ferro il prete don Nicolò de' Pelagati da Ficarolo. Egli avea celebrato la sua prima Messa due volte; ma la prima commise il giorno stesso un omicidio, da cui poscia Roma l'assolse: in seguito uccise quattro persone, e sposò due donne, che lo seguivano costantemente dovunque: ebbe parte a molte altre uccisioni, violò parecchie altre donne, togliendole a forza dalle loro case, esercitò la rapina come un mestiere e su larga scala, assassinò e s'aggirò pel ferrarese con una banda d'armati rivestiti d'uniforme lor propria, procacciandosi ricovero e nutrimento con lo sterminio e la prepotenza. Se, in aggiunta a tutto questo, s'immagina il resto che non è detto, si avrà un tal cumulo di delitti, che forse l'uguale non pesò mai sulla coscienza di verun uomo. Ma la poca sorveglianza in che erano tenuti da un lato e i molti privilegi di che erano favoriti dall'altro, furono causa che i malfattori abbondassero tra i chierici e i monaci, quand'anche di nessun altro ci vengano raccontate infamie simili a quelle del Pelagati. — Accadeva anche talvolta, e nemmen questa certamente era cosa onorevole pei conventi, che uomini di riputazione affatto perduta si rifugiassero sotto l'egida del cappuccio o della cocolla per sottrarsi alle giuste vendette del potere secolare, e il Masuccio ci parla appunto di uno di questi tali, ch'egli ebbe occasione di conoscere in un convento di Napoli.[322] Anche di papa Giovanni XXII parrebbero esistere precedenti poco onorevoli, ma non si hanno sufficienti prove per affermarlo con sicurezza.[323]
Del resto l'epoca classica dei più famosi capi di bande armate d'assassini non comincia che nel secolo XVII, quando i partiti politici dei guelfi e dei ghibellini, degli spagnuoli e dei francesi avean cessato di agitare il paese: in allora il masnadiere si sostituì dovunque al parteggiatore politico.
In certe regioni d'Italia, dove la cultura non penetrò mai, gli abitanti del contado vivevano in istato di permanente barbarie e non risparmiavano nessun forastiero, che capitasse loro tra mano. Ciò accadde più particolarmente nelle parti più remote del regno di Napoli, dove la barbarie era di vecchia data e risaliva all'epoca dei grandi latifondi romani, e dove pare che in tutta buona fede si riguardassero come qualche cosa di identico l'uomo straniero e il nemico (hospes ed hostis). Queste genti erano tutt'altro che irreligiose: egli accadeva sovente che un pastore tutto contrito si presentasse al confessore per accusarsi che, durante l'epoca del digiuno quaresimale, facendo il cacio, un paio di gocce di latte gli erano spruzzate in bocca. Ma se anche in tali occasioni il confessore stesso, esperto dei costumi del paese, giungeva a strappargli altresì la confessione, che spesso co' suoi compagni egli aveva aggredito ed ucciso dei viaggiatori, ciò, appunto perchè d'uso, non suscitava in lui verun rimorso di coscienza.[324] Sino a qual punto, in tempi di politici commovimenti, i contadini fossero capaci di spingere in altri paesi la ferocia, è stato già altrove accennato (v. pag. 107).
Un tratto caratteristico ancor peggiore dei costumi d'allora è la frequenza del delitto commesso di seconda mano, per mercede convenuta. In ciò, per consenso di tutti, Napoli andava innanzi a qualunque altra città d'Italia. «Qui non v'ha cosa che possa aversi a tanto buon mercato, quanto la vita di un uomo», scrive il Pontano.[325] Ma anche altri paesi hanno una ricchezza spaventevole in tal genere di misfatti: soltanto non è così facile il classificarli secondo i motivi che li provocarono, entrandovi promiscuamente l'odio di parte, l'inimicizia personale, la sete della vendetta e la paura. Torna invece a grande onore de' Fiorentini, il popolo allora più colto d'Italia, che presso di loro simili fatti fossero di gran lunga meno frequenti,[326] forse perchè pei giusti reclami v'era ancora una autorità universalmente riconosciuta e rispettata, e perchè la maggior cultura suggeriva più sane idee sull'arbitrario ingerirsi dell'uomo nelle leggi supreme del fato. Infatti se v'era paese, dove più si calcolassero le sinistre conseguenze di una vendetta di sangue e dove si comprendesse come anche il delitto erroneamente detto utile non apporta mai veri e durevoli vantaggi, quest'era certamente Firenze. Dopo la caduta della libertà fiorentina l'omicidio, specialmente quello per mandato, sembra essersi rapidamente moltiplicato, ma il governo di Cosimo I non tardò molto ad acquistar forze tali, che la sua polizia bastò a porre un freno ad ogni disordine.[327]