Nel resto d'Italia i misfatti pagati furono in generale più o meno frequenti, secondo che si trovarono più o meno numerosi coloro che li compravano. Sarebbe un tentativo inutile il volerne dare un quadro statistico, ma la somma resta sempre considerevole, quand'anche si voglia ammettere che in tutti i casi di morte, che la voce pubblica proclamava come opera della violenza, una piccola parte soltanto sia da riguardar come tale. Il peggio si è che i principi e i governi erano i primi a dare il cattivo esempio, calcolando addirittura l'assassinio come uno dei mezzi più efficaci per salire in potenza e per mantenervisi. Per avere le prove non occorre pensare ad un Cesare Borgia: anche gli Sforza, gli Aragonesi, e più tardi gli stessi agenti di Carlo V si permettevano ogni genere di violenza, purchè paresse utile ai loro scopi.

La mente degli Italiani si venne a poco a poco abituando a tali fatti per guisa che, verificandosi la morte di un potente, non la si credeva quasi mai naturale. Ma egli è certo però, che talvolta si è esagerato di molto rispetto all'efficacia di certi veleni. Anche ammettendo che la famosa polvere bianca dei Borgia (v. vol. I, pag. 157) fosse un veleno, di cui si poteva calcolare l'effetto dentro un determinato spazio di tempo, e che come tale possa riguardarsi altresì il venenum atterminatum, che si dice avere il principe di Salerno presentato al cardinale d'Aragona con queste parole: «in pochi giorni tu morrai, perchè sei figlio di Ferrante che ci voleva calpestar tutti»,[328] — non si potrebbe tuttavia aggiustar troppa fede a quanto vien riferito intorno ad una lettera avvelenata, che Caterina Riario avrebbe mandata al papa Alessandro VI,[329] e che l'avrebbe ucciso s'egli soltanto l'avesse aperta: e di questo stesso parere sembra essere stato Alfonso il Magnanimo, quando, avvertito dai medici di non leggere il Tito Livio mandatogli a regalare da Cosimo de' Medici, rispose loro: «finitela con questi discorsi insensati».[330] Altrettanto dicasi del veleno, col quale il segretario del Piccinino voleva solo leggermente ungere la sedia gestatoria del papa Pio II.[331] — Quanto in generale fosse esteso l'uso di veleni minerali o vegetali, non si potrebbe dire con qualche apparenza di sicurezza: il liquido, col quale il pittore Rosso Fiorentino si tolse la vita (1541), era evidentemente un fortissimo acido,[332] che a niuno s'avrebbe potuto far trangugiare inavvertitamente. — Quanto all'uso delle armi, specialmente del pugnale, per qualche segreta vendetta, pur troppo l'occasione si presentava da sè frequentissima ai grandi di Milano, di Napoli e d'altri siti, poichè fra le schiere d'armati, di cui doveano circondarsi per loro propria difesa, la sete del sangue era alimentata dall'ozio stesso, cui erano condannati. Più di un assassinio non si sarebbe probabilmente commesso, se non si avesse saputo che, per effettuarlo, bastava un semplice cenno a questo od a quello dei propri satelliti.

Fra i mezzi segreti di nuocere, almeno coll'intenzione, eranvi anche le arti magiche,[333] benchè in modo affatto secondario. Quando per avventura si fa menzione di maleficj, di malìe e simili, d'ordinario non si ha in vista che di accumulare sopra un individuo, già di per sè inviso e abborrito, tutte le colpe immaginabili. Alle corti di Francia e d'Inghilterra nei secoli XIV e XV il maleficio veramente funesto e mortale ha una parte molto maggiore, che non nelle classi più elevate d'Italia.


Finalmente ella è pure una specialità tutta propria di questo paese, dove l'individualità tocca ad un grado di sì completo sviluppo, la comparsa d'uomini, nei quali la scelleratezza è portata al colmo, e che commettono il delitto per il delitto, o come mezzo al conseguimento di scopi sì perversi, che escono tutt'affatto dalla norma consueta dei delitti umani.

A questa schiera d'uomini spaventevoli sembrano innanzi tutto appartenere alcuni Condottieri,[334] un Braccio da Montone, un Tiberio Brandolino, ed anche un Werner von Urslingen, che sulla sua corazza argentea portava il motto: «nemico di Dio, e d'ogni pietà e misericordia.» In generale questa classe di persone rappresenta nel complesso i primi malfattori, che non vogliono riconoscere il freno di qualsiasi legge. Ma si andrà un po' più a rilento nel giudicarli, quando si sappia che il massimo dei loro delitti — nell'opinione dei cronisti — sta nel mantenersi ribelli alla scomunica papale, e che tutta la loro personalità appare in una luce tanto sinistra specialmente per questo fatto, sebbene però sia anche vero che in Braccio tali sentimenti anti-religiosi erano portati a tal punto di esagerazione, che, ad esempio, egli montava in furore all'udire i monaci cantare i salmi e li faceva precipitare dall'alto di una torre,[335] «mentre co' suoi soldati si mostrò sempre mite, quanto leale e prode capitano». Ma di regola ciò che spinse al delitto i Condottieri sembra essere stata l'avidità del guadagno, nè per altra parte mancò di contribuirvi la stessa loro posizione altamente immorale; ed anche gli atti di crudeltà, ai quali sembravano trascorrere per puro capriccio, non erano quasi mai senza uno scopo, fosse pure anche soltanto quello di incutere spavento nelle moltitudini. Le efferatezze degli Aragonesi, come già s'è veduto (v. vol. I, pag. 48, 49), ebbero il loro movente principale nella sete di vendetta e nella paura. Un furor sanguinario quasi senza scopo, una gioja infernale nel male si riscontrerà in Cesare Borgia, spagnuolo, le cui immanità superano di gran lunga gli scellerati intenti, ai quali le faceva servire (v. vol. I, pag. 152). Poscia una speciale compiacenza nel delitto scorgesi in Sigismondo Malatesta, tiranno di Rimini (v. vol. I, pag. 44 e 301), cui non la Curia romana soltanto,[336] ma il giudizio terribile della storia accusa di assassinj, di violenze, di adulterj, di spergiuri e di tradimenti, ripetuti anche più volte. Quanto al fatto più orribile, la tentata violazione del proprio figlio Roberto, che questi respinse colla spada sguainata alla mano,[337] parrebbe essere stata non tanto l'effetto di una depravazione che vince ogni limite, quanto di una superstizione astrologica o magica. La stessa cosa s'è supposta per spiegare la violenza usata al vescovo di Fano da Pier Luigi Farnese di Parma, figlio di Paolo III.[338]


Ora se noi, dopo tutto questo, possiamo permetterci di raccogliere insieme i tratti principali del carattere degli Italiani d'allora, quale ci vien fatto conoscere da uno studio della vita delle classi più elevate, se ne potrebbero per avventura dedurre le conclusioni seguenti. Il vizio fondamentale di esso carattere fu la condizione stessa della sua grandezza; l'individualismo soverchiamente sviluppato. Questo si ribella dapprima tacitamente all'ordinamento politico sussistente, per lo più tirannico ed illegittimo, e quanto pensa e fa, gli viene, a ragione o a torto, ascritto a tradimento. Alla vista dell'egoismo che trionfa, esso comincia, nell'interesse proprio, la difesa del diritto, e colla vendetta che esercita, cade in braccio ai ciechi istinti, mentre crede di ristabilire la sua pace interna. L'amore va in traccia di un altra individualità ugualmente sviluppata, la donna altrui. Di fronte ad ogni obiettività, e ad ostacoli e leggi d'ogni maniera, esso ha il sentimento della propria autonomia ed opera conformemente ad esso in ogni singolo caso, secondo che nel suo interno riescono a conciliarsi il sentimento dell'onore e la cura del proprio interesse, un astuto calcolo e la passione, la generosità e il desiderio della vendetta.

Ma se l'egoismo, tanto nel senso più largo che nel più ristretto, è la radice e la fonte principale d'ogni scelleratezza, non v'ha dubbio che il popolo italiano, giunto allora a tal grado di sviluppo individuale, vi andò più dappresso che qualunque altro popolo.

Esso però non giunse a questo sviluppo per colpa sua, ma bensì per decreto della storia; nè ci arrivò solo, poichè, per mezzo della cultura italiana, ci arrivarono con lui tutti i popoli d'occidente, i quali da quel tempo in poi non vivono, nè si movono in verun altro ambiente. Questa tendenza, per sè stessa, non è nè bene, nè male, ma una necessità, che fe' nascere un'idea del bene e del male essenzialmente diversa da quella del medio-evo.