Sull'avversione degl'Italiani per la gerarchia, quale si manifesta specialmente da Dante in poi nella letteratura e nella storia, esistono estesi lavori speciali. Della posizione del Papato di fronte all'opinione pubblica abbiam dovuto già dare qualche cenno altrove (v. vol. I, pagine 140 e 293), e chi volesse su ciò testimonianze autorevoli, potrà leggerle nei celebri passi relativi dei «Discorsi» del Machiavelli e nel Guicciardini (non mutilato). Fuori della cerchia della Curia romana, godono qualche rispetto in via morale[341] i migliori tra i vescovi e alcuni parrochi: per contrario i semplici cappellani, i canonici e i frati sono riguardati, quasi senza eccezione, come persone sospette, sulle quali s'accumulano spesso le più vituperose accuse, che prendono in fascio l'intero ceto al quale appartengono.
Fu già asserito da altri, che gli ordini religiosi furono condannati a portar essi soli la pena delle colpe di tutto il clero, perchè di essi soltanto si poteva beffarsi impunemente.[342] Ciò è erroneo sotto ogni punto di vista.
Essi figurano in modo più spiccato nelle novelle e nelle commedie appunto perchè ambedue queste specie letterarie domandano dei tipi fissi e ben conosciuti, nei quali riesca facile alla fantasia di compiere ciò che la novella o la commedia soltanto accennano. Del resto la novella non risparmia neanche il clero secolare.[343] Oltre a ciò, innumerevoli tratti in tutta la rimanente letteratura provano con quanta audacia si parlasse e scrivesse pubblicamente anche intorno al Papato e alla Curia romana, ciò che naturalmente non potrebbe attendersi in quei generi, che sono una libera creazione della fantasia. Per ultimo ai frati non mancarono in allora i mezzi di vendicarsi talvolta terribilmente.
Ma, comunque sia la cosa, questo in ogni caso è certo, che contro gli ordini religiosi l'avversione era grandissima, e che essi figuravano come una prova vivente del disprezzo in cui si tenevano la vita claustrale, la gerarchia ecclesiastica, il sistema delle credenze, la religione insomma, secondochè a torto o a ragione si venivano generalizzando più o meno i giudizi. In ciò si può ben ammettere che l'Italia avea conservato una assai chiara e precisa ricordanza dell'origine primitiva di ambedue i grandi ordini mendicanti, e che anche allora non aveva dimenticato essere stati essi i primi rappresentanti della reazione,[344] che sorse contro quella che suol dirsi l'eresia del secolo XIII, vale a dire contro il primo vivace risveglio del moderno spirito italiano. E l'ufficio della polizia spirituale, che rimase affidato di preferenza all'ordine dei Domenicani, non ha certamente poco contribuito ad attirare su questi un sentimento di segreto odio e di disprezzo.
Quando si legge il Decamerone e le novelle di Franco Sacchetti, si crederebbe impossibile il portare più in là il sistema della maldicenza e della denigrazione a carico de' claustrali d'ambedue i sessi. Ma verso il tempo della Riforma questo linguaggio assume un'intonazione ancor più risentita. Lasciando anche stare l'Aretino, che ne' suoi «Ragionamenti» non tira in campo la vita claustrale se non come un pretesto, per dar libero sfogo alle sue tendenze volgari, noi citeremo per tutti un solo testimonio, il Masuccio Salernitano, colle prime dieci delle sue cinquanta novelle. Esse sono scritte da un uomo che è al colmo dell'indignazione, e, coll'intento di dar loro la maggior possibile pubblicità, son dedicate ai più illustri personaggi del tempo, perfino allo stesso re Ferrante e al principe Alfonso di Napoli. I racconti sono in parte già vecchi, e taluni si conoscono ancora sin dai tempi del Boccaccio; ma ve ne sono anche altri, che hanno l'impronta di una spaventevole attualità. Il pervertimento e il dissanguamento delle moltitudini, per mezzo di falsi miracoli e un genere di vita pieno di vizi e di scandali, riempiono d'orrore e di raccapriccio ogni lettore alquanto serio e sensato. Dei frati minori, che vanno attorno sotto pretesto di elemosinare, vi è detto: «e vanno discorrendo i regni e li paesi con nuove maniere d'inganni, poltroneggiando, rubando, lussuriando, e quando ogni arte a loro vien meno, si fingono santi e mostrano fare miracoli, e chi va con tunicelle di san Vincenzo, e quali con l'ordine[345] di san Bernardino, e tali col capestro dell'asino del Capestrano». Altri si procacciano manutengoli, che fingendosi «quale attratto, quale cieco ed altri d'incurabili infermitati oppressi, toccando le fimbrie dei loro vestimenti, con la virtù delle reliquie, con alte voci confessar si sentono per lo toccare del santo predicatore essere liberati, e sopra ciò si grida: misericordia!, campane si suonano e lunghi processi e autentiche scritture si fanno». Egli accade che un frate, mentre predica, è audacemente accusato di menzogna da un altro, che sta giù in mezzo al popolo; ma tostamente questi diviene ossesso, e allora il predicatore lo fa condurre a sè e lo guarisce: il tutto pura commedia, dalla quale però il frate raccolse tanto danaro, che potè comperare da un cardinale un vescovato, che poi egli e il suo complice si godettero agiatamente durante il resto dei loro giorni. Masuccio non fa veruna speciale differenza tra francescani e domenicani, perchè gli uni stanno degnamente a paro degli altri. «E seducono gl'insensati secolari a pigliar le parzialità loro, talchè e per li seggi[346] e per le piazze ne questioneggiano pubblicamente, e qual franceschino e qual domenichino diviene!» Le monache son tutta cosa dei frati; e se taluna entra in qualche rapporto con laici, vien tosto imprigionata e perseguitata, mentre tutte le altre contraggono nozze formali coi frati, nelle quali perfino si celebrano messe, si stabiliscono patti e si spreca lautamente in cibi e bevande. «Io medesimo, scrive l'autore, non una, ma più volte sono intervenuto e ho visto e toccato con mano. Tali monache poi o partoriscono di belli monachini... o d'infinite arti usano, per non far venire il parto a compimento... E se alcuno dirà questo esser bugia, miri tra le fetide cloache delle monache, e quivi vedrà di loro commessi omicidii testimonianza aperta, e vi troverà un cimiterio di tenerissime ossa della già fatta uccisione, non minore di quella, che per Erode in gl'innocenti ebrei fu operata». Tali e somiglianti fatti nasconde la vita claustrale. Ma i monaci si assolvono facilmente l'un l'altro nella confessione, e s'impongono la penitenza di un pater noster per cose, per le quali negherebbero affatto l'assoluzione ad un laico, anzi lo tratterebbero come uno scomunicato o un eretico. «Aprasi adunque la terra e insieme con li lor fautori, con la moltitudine di tanti poltroni vivi li trangiottisca!» In un altro luogo, giacchè la potenza dei frati essenzialmente si basa sulle paure dell'altro mondo, Masuccio esprime un desiderio assai strano: «non mi pare per loro degno ed eterno gastigamento che sia altro da dire, che se non che Iddio possa presto distruggere il Purgatorio, a tale che non potendo di elemosina vivere, andassero alla zappa, onde la maggior parte di loro hanno già contratta la origine».
Se sotto Ferrante si potevano scrivere tali cose e dedicare gli scritti a lui stesso, il fatto dipendeva in gran parte dallo sdegno che si era svegliato in lui per un falso miracolo, che si avea tentato di dargli a credere.[347] Per mezzo di una tavola di bronzo portante un'iscrizione, sepolta dapprima nelle vicinanze di Taranto e poi dissotterrata, erasi fatto il tentativo di indurlo a forza ad una persecuzione contro gli ebrei, non dissimile da quella di Spagna; e quando egli intravide l'inganno, si era cercato di persistere in esso. Egli aveva anche fatto smascherare un falso digiunatore, come già prima di lui avea fatto anche suo padre Alfonso. La corte adunque non aveva almeno veruna complicità nella diffusione di quelle cieche superstizioni.[348]
Citammo un autore, che scrive con molta serietà, ma egli è ben lontano dall'essere il solo, che parli in tal modo. Invettive e dileggi contro i frati mendicanti s'incontrano in copia dovunque, e ne è piena tutta la letteratura.[349] Non è nemmeno permesso di dubitare, che il Rinascimento in breve si sarebbe sbarazzato definitivamente di tutti questi ordini, se la Riforma tedesca e la Contro-riforma non fossero sopravvenute. I loro predicatori popolari e i loro santi non si sarebbero neanche essi salvati. Non si sarebbe trattato in sostanza che d'intendersela a tempo opportuno con un Papa, che disprezzava già gli ordini mendicanti, quale era Leone X. Se lo spirito del tempo non li riguardava omai più che come ridicoli o come abbominevoli, anche per la Chiesa essi erano divenuti piuttosto un imbarazzo, che un aiuto. E chi sa quale sarebbe stata allora la sorte del Papato stesso, se la Riforma non lo avesse salvato.
Il potere arbitrario, che il padre Inquisitore di un convento di domenicani si permetteva di esercitare nelle città dove risiedeva, era bensì, sul finire del secolo XV, ancora abbastanza grande per dar molte noie e provocar molti sdegni nelle persone più colte; ma ad ogni modo non godeva più l'antico prestigio, nè incuteva più l'antico spavento.[350] Il punire anche i soli pensieri, come già in altri tempi (v. pag. 15 e segg.), non era omai più possibile, e il tenersi in guardia da dottrine erronee propriamente dette riusciva facile anche a chi del resto si permetteva di sparlare liberamente del clero, come tale. Se non v'era l'aiuto di un forte partito (come fu nel caso del Savonarola), era ben raro che, sulla fine del secolo XV e ne' primi anni del XVI, si passasse alle atrocità dei roghi. Nel più dei casi gl'Inquisitori si accontentavano, a quanto sembra, di una ritrattazione anche superficiale, ed altre volte dovevano rassegnarsi a vedersi rapire di mano il condannato, nel momento stesso in cui s'avviava al luogo del supplizio. A Bologna (1452) il prete Nicolò da Verona era stato già, come negromante, scongiuratore di demonii e sacrilego profanatore dei sacramenti, pubblicamente degradato sopra un palco di legno dinanzi alla chiesa di san Domenico, e doveva esser condotto al rogo sulla piazza maggiore, quando per via una schiera di armati lo liberò, e tuttociò accadeva per ordine del gioannita Achille Malvezzi, noto fautore degli eretici e audace violatore di monache. Il legato (il cardinale Bessarione) non potè avere nelle sue mani che uno dei complici, e lo fe' impiccare; ma al Malvezzi non fu torto un capello.[351]