Degno di esser notato è il fatto che gli ordini più ragguardevoli, vale a dire i benedettini con tutte le loro affigliazioni, in onta alle loro grandi ricchezze e alla vita agiata che conducevano, non si avevano in tanta disistima, come gli ordini mendicanti: sopra dieci novelle, che parlano di claustrali, nove riguardano questi ultimi, ed una appena i primi. Può darsi che ad essi abbia giovato la maggiore antichità dell'origine; ma di maggior vantaggio certamente tornò loro la circostanza dell'essersi sempre mantenuti alieni da qualsiasi ingerenza poliziesca nella vita privata. Fra costoro non mancarono degli uomini pii, dotti e d'ingegno svegliato, ma nella gerarchia non erano nemmen essi migliori degli altri, se crediamo a quanto ne scrive perfino uno di loro, il Firenzuola.[352] «Questi paffuti monaci nelle loro larghe cocolle, senza andarsi consumando la vita a piedi scalzi e in zoccoli predicando qua e là con cinque paia di calzetti, in belle pantufole di cordovano si stanno a grattar la pancia entro alle belle celle fornite d'arcipresso. Ai quali, se è di mestiere alcuna volta uscire di casa, in su le mule quartate e in sui grassi ronzini si vanno molto agiatamente diportando. Nè si curano affaticar troppo la mente a studiar molti libri, acciocchè la scienza, che da quelli apprendessero, non li facesse elevar in superbia come Lucifero e li cavasse della loro monastica semplicità».
Chiunque conosca la letteratura di quei tempi concederà che qui noi ci limitiamo a riferire soltanto ciò, che è indispensabile a dar le prove del nostro assunto.[353] Che poi, con tali opinioni sul clero e sui monaci, in moltissimi venisse fortemente scossa anche la fede a quanto v'ha di più sacro in generale, è cosa più che evidente per sè.
E che terribili giudizi non ci tocca di udire! Noi non ne addurremo, concludendo, che un solo, da poco stampato e ancora assai scarsamente conosciuto. Esso è del grande storico Guicciardini, stato già molti anni al servizio dei Papi medicei, il quale (1529) ne' suoi aforismi lasciò scritto:[354] «Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie dei preti, sì perchè ognuno di questi vizii in sè è odioso, sì perchè ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio; e ancora perchè sono vizii sì contrarii, che non possono stare insieme se non in un subbietto molto strano. Nondimeno il grado che ho avuto con più Pontefici, m'ha necessitato a amare per il particolare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, avrei amato Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a' termini debiti, cioè a restare o senza vizii o senza autorità».
Il medesimo Guicciardini ritiene anche,[355] che riguardo alle cose soprannaturali noi siamo compiutamente al buio, che i filosofi e i teologi su ciò non dissero che delle pazzie, e che i miracoli s'incontrano in tutte le religioni, ma non fanno prova per veruna in particolare, e si possono alla fine riguardare come fenomeni naturali ancora ignorati. La fede che trasporta i monti, e che in allora si manifestò così viva nei seguaci del Savonarola, egli la nota come un fatto singolarissimo, ma senza veruna acerba osservazione.
Di fronte a tali sentimenti il clero e il monacato aveano per sè questo vantaggio, che tutti erano abituati a vederli dovunque, e che la loro esistenza si toccava con tutti gli ordini della vita sociale. È il vantaggio che hanno sempre avuto nel mondo tutte le forti e vecchie istituzioni. Ognuno poteva contare un parente o nel paludamento sacerdotale o nella cocolla del monaco, e quindi avere una prospettiva di protezione e di futuro guadagno sul tesoro della Chiesa; e nel centro d'Italia c'era la Curia romana, che in un momento poteva far ricchi i suoi protetti. Tuttavia ciò non chiudeva la bocca, nè spuntava la penna a nessuno. I detrattori più maligni sono per lo più monaci essi stessi o prelati, che godono laute prebende: il Poggio, autore delle famose facetiae, era ecclesiastico; Francesco Berni godeva un canonicato; Teofilo Folengo[356] era monaco benedettino; Matteo Bandello, che sparse tanto ridicolo sul suo stesso ordine, era domenicano e nipote di un generale. Scrivono essi per un sentimento di eccessiva sicurezza? o per bisogno di salvare sè stessi dal discredito, in cui era caduto tutto l'ordine? o per un pessimistico egoismo, che si compendia nel proverbio: «eppur si vive?» Nessuno saprebbe dirlo; ma forse c'entrava un po' di tutto questo. Quanto al Folengo, si sa che non fu senza una certa influenza su lui il nascente luteranismo.[357]
Il rispetto ai riti ed ai sacramenti, di cui s'è già parlato toccando del Papato (v. vol. I, pag. 141), è sempre una cosa sottintesa nella parte del popolo, che ancora credeva; ma non manca neanche in quelli, che si direbbero spregiudicati e libertini, nei quali esso si manifesta colla forza di una ricordanza giovanile e colla prepotenza di un antico simbolo, a cui ciascuno era abituato. Il vivo desiderio con cui al letto di morte s'invoca l'assoluzione sacerdotale, mostra un resto di paura delle pene infernali anche in un uomo qual fu quel Vitellozzo, di cui altrove abbiamo già fatto cenno (v. vol. I, l. c.). Un esempio più parlante di questo difficilmente si troverà. La dottrina inculcata dalla Chiesa del carattere indelebile del sacerdote, di fronte al quale era indifferente la sua persona, ebbe questo risultato, che si poteva nel fatto aborrire il prete e tuttavia desiderare i suoi conforti spirituali. Vero è però che vi furono anche dei peccatori ostinati, che non se ne curarono, e uno di questi, per esempio, fu quel Galeotto della Mirandola,[358] che nel 1499 morì sotto il peso della scomunica, che portava già da sedici anni. Durante tutto questo tempo anche la città era stata sottoposta all'interdetto, per cui non vi si celebrava più la Messa, nè vi si permetteva veruna ecclesiastica sepoltura.
Finalmente fra tutte queste contraddizioni merita di esser notato il potere esercitato sul popolo da quei predicatori entusiastici, che di tratto in tratto l'esortavano a penitenza. Tutto il resto d'occidente si lasciava di quando in quando commovere dalle prediche di qualche santo monaco; ma che cosa era mai ciò in confronto delle commozioni periodiche delle città e delle campagne d'Italia? Oltre a ciò l'unico che, per esempio, durante il secolo XV produsse in Germania un simile entusiasmo,[359] era stato un abruzzese di nascita, vale a dire Giovanni Capistrano. Gli uomini che assumevano questa specie di apostolato, erano predominati nel nord da un certo misticismo speculativo: nel sud invece erano espansivi e pratici, e partecipavano all'alto rispetto, che la nazione aveva per la sua lingua e per l'arte oratoria. Il nord produce l'Imitazione di Cristo, che esercita una azione lenta e dapprima ristretta ai soli conventi; il sud dà uomini, che fanno sugli altri uomini un'impressione momentanea, ma gigantesca.
Quest'impressione si basa principalmente nel risveglio della voce della coscienza. Sono prediche morali, senza astrazioni, piene di pratiche applicazioni, aiutate da una vita di rigoroso ascetismo, cui la fantasia già esaltata aggiunge da sè la potenza dei miracoli, anche contro il volere espresso del predicatore.[360] L'argomento principale non era tanto la minaccia della pena, quanto la maledizione, che perseguita continuamente il colpevole e che è inseparabile dalla colpa. L'offesa fatta a Cristo e ai santi ha le sue funeste conseguenze anche nella vita presente. In tal modo soltanto era possibile ricondurre alla concordia e alla penitenza uomini schiavi di selvagge passioni, avidi di vendette e di delitti, e questo era lo scopo principale di tali prediche.