Così predicavano nel secolo XV Bernardino da Siena, Alberto da Sarzana, Giovanni Capistrano, Jacopo della Marca, Roberto da Lecce (v. pag. 189) ed altri, e per ultimo anche Girolamo Savonarola. Contro niuna classe di persone s'avevano tante sinistre prevenzioni, quante contro i frati mendicanti: essi le vinsero. Gli orgogliosi umanisti criticavano e schernivano,[361] ma bastava che quelli alzassero la voce, e nessuno badava più ai loro dileggiatori. La cosa non era nuova, e un popolo propenso alla burla, come era il fiorentino, avea cominciato già sin dal secolo XIV a farne la caricatura,[362] ogni volta che l'occasione si presentava; quando però comparve il Savonarola, seppe suscitare un tale entusiasmo, che ben presto tutta la cultura e l'arte furono sul punto di essere compiutamente divorate dalle fiamme, che egli accese. Nemmeno le più ributtanti imposture, colle quali alcuni frati ipocriti coll'ajuto dei loro affigliati cercavano di agire sull'animo dei loro uditori e di esaltarne la fantasia (v. pag. 255), non valsero a spegnere quel subitaneo entusiasmo. Si continuò a ridere delle prediche grossolane degli oratori volgari, che cercavano l'effetto nei miracoli immaginarj e nella esposizione di false reliquie,[363] ma al tempo stesso si ebbe la più alta venerazione pei veri e grandi apostoli della penitenza. Questi sono una specialità tutt'affatto italiana del secolo XV.

L'ordine — d'ordinario quello di San Francesco e precisamente dei così detti Osservanti — li manda qua e là, secondo ne vien fatta ricerca. Ciò si verifica principalmente quando insorgono gravi discordie pubbliche o private in qualche città, od anche quando la sicurezza e la moralità pubbliche vi si trovano seriamente compromesse. Ma se in tali missioni la fama di un predicatore si fa grande, tutte le città, anche senza un motivo particolare, lo vogliono: egli se ne va, dove i superiori lo mandano. Un ramo speciale di questa attività son le prediche fatte per preparare la crociata contro i Turchi;[364] ma noi non dobbiamo occuparci qui che di quelle, che hanno per iscopo d'inculcare la penitenza.

L'ordine delle prediche, quando lo si serbava metodicamente, sembra essere stato quello che tiene la Chiesa nell'enumerazione dei sette peccati capitali; ma se il momento è stringente, l'oratore entra direttamente nell'argomento principale. Egli comincia la sua predicazione probabilmente in qualcuna di quelle grandi chiese, che avevano gli ordini o nel duomo; in breve la piazza maggiore diventa troppo angusta per la moltitudine, che accorre da tutte parti, e l'andare e il venire si fa estremamente pericoloso per l'oratore stesso.[365] Ordinariamente la predica si chiude con una immensa processione, nella quale i primi magistrati della città, che lo prendono nel loro mezzo, a stento bastano a salvarlo dalla folla, che gli si accalca attorno per baciargli le mani e i piedi e per disputarsi un brano della sua tonaca.[366]

Le conseguenze più immediate, che ne sogliono emergere, dopochè s'è predicato contro l'usura, le compere anticipate e le mode scandalose, sono l'aprirsi delle carceri, dalle quali per vero non escono se non gli sventurati che furono imprigionati per debiti, e la distruzione per mezzo del fuoco di una quantità di oggetti di lusso od anche di semplice passatempo, come, per esempio, dadi, carte da giuoco, inezie d'ogni specie, maschere, strumenti e libri musicali, formole magiche,[367] finte acconciature ecc. Tutto ciò veniva senz'altro elegantemente disposto sopra un palco detto talamo, con sopra una figura di diavolo, e poi vi si appiccava il fuoco (cfr. pag. 131).

Ora viene la volta anche dei peccatori più induriti; chi da lungo tempo si tenne lontano dai sacramenti, ora si confessa: i beni ingiustamente usurpati vengono restituiti; delle calunnie e delle maldicenze si fa onorevole ammenda. Oratori coraggiosi ed avveduti, quale un Bernardino da Siena,[368] s'addentrano assai destramente nella ordinaria vita quotidiana dei loro uditori e mettono al nudo le magagne dei loro usi e costumi. Pochi dei nostri moderni teologi si sentirebbero disposti a tenere una predica «sui contratti, le restituzioni, le rendite pubbliche (il monte) e la dotazione delle figlie», quale egli tenne una volta nel duomo di Firenze. I predicatori meno prudenti commettevano facilmente, in simili casi, l'errore di scagliarsi con tanta foga contro singole classi di persone e contro talune industrie e professioni, che gli uditori sovreccitati passavano immediatamente a vie di fatto contro i veri o pretesi colpevoli.[369] Anche una predica di Bernardino, che egli tenne a Roma nel 1424, ebbe, oltre alla distruzione di molti oggetti di lusso e strumenti di magia, una conseguenza ben più terribile, vale a dire l'uccisione per mezzo del rogo della strega Finicella, «perchè, dice il cronista[370] con mezzi diabolici uccise molti fanciulli e ammaliò parecchie persone», e tutta Roma accorse a quello spettacolo.

Lo scopo principale della predica era però sempre quello di riconciliare lunghi rancori e d'ammansare il demone della vendetta. Questa pacificazione si compiva d'ordinario verso la fine del corso delle prediche, quando la corrente della contrizione generale a poco a poco aveva invaso la città intera, e quando da tutte parti non echeggiava che il grido: misericordia.[371] Allora si veniva alle solenni riconciliazioni, agli amplessi cordiali, anche se le stragi reciproche stavano tra le due parti contendenti. Per uno scopo sì santo si richiamavano in città anche i banditi. Sembra che tali «paci» fossero nel complesso osservate, anche quand'era passato il primo entusiasmo, e allora la memoria del santo oratore restava benedetta per molte generazioni. Ma ci furono anche delle crisi fiere e terribili, come quella delle famiglie Croce e della Valle in Roma (1482), nelle quali anche il grande Roberto da Lecce alzò indarno la voce.[372]

Poco prima della settimana santa egli avea predicato sulla piazza della Minerva ad una moltitudine innumerevole: ma la notte che precedette il giovedì santo, seguì una spaventevole carneficina dinanzi al palazzo della Valle in vicinanza del Ghetto: l'indomani papa Sisto ordinò che quel palazzo fosse atterrato, e poi assistette alle ceremonie consuete di quel giorno; il venerdì santo Roberto tornò a predicare tenendo nelle mani un crocifisso; ma tanto egli, quanto i suoi uditori non poterono far altro che piangere.

Spiriti violenti in lotta con sè medesimi abbracciarono spesso, sotto l'impressione di queste prediche, la risoluzione di entrare nel chiostro. Fra questi c'erano assassini e malfattori d'ogni specie, ma anche soldati privi d'ogni mezzo di sussistenza.[373] A tale risoluzione poi coopera anche l'ammirazione pel santo monaco, al quale, secondo le proprie forze, si cerca di avvicinarsi almeno nella condizione esterna della vita.

L'ultima predica non è che una benedizione generale, che si riassume nelle parole: La pace sia con voi! Grandi turbe accompagnano il predicatore nella vicina città e ascoltano quivi ancora una volta l'intero corso delle sue prediche.

Attesa l'immensa potenza, che questi santi uomini esercitavano, il clero e i governi non potevano desiderare che di farseli amici. Un mezzo di raggiungere tale intento era quello di far sì che soltanto i monaci[374] od almeno gli ecclesiastici che avessero ricevuto gli ordini minori, potessero salire il pergamo, per modo che l'ordine o la relativa corporazione se ne rendessero in certo modo responsabili. Ma un limite preciso non poteva neanche qui stabilirsi, poichè la chiesa e quindi anche il pergamo usavansi per qualsiasi scopo di pubblicità, come, per esempio, per atti giudiziarii, pubblicazioni, lezioni ecc., e perchè anche nelle prediche propriamente dette talvolta lasciavasi la parola agli umanisti ed ai laici (v. vol. I, pag. 313 e segg.). Oltre a ciò eravi una classe ibrida di persone,[375] che non erano nè frati, nè preti, e tuttavia aveano rinunciato al mondo, vale a dire i «romiti», assai frequenti in Italia, i quali talvolta senza incarico di chicchessia facevano la loro comparsa ed infiammavano le popolazioni. Un caso di questo genere s'avverò a Milano dopo la seconda conquista francese (1516), in un momento, non v'ha dubbio, di grandi sconvolgimenti pubblici: un romito toscano, forse del partito del Savonarola, occupò per parecchi mesi il pergamo del duomo, attaccò sul vivo la gerarchia, fece accendere un nuovo candelabro ed erigere un nuovo altare nella chiesa, operò miracoli, e non si ritirò se non dopo avere sostenuto fiere battaglie.[376] In quei decennj tanto solenni pei destini d'Italia, si risveglia dovunque lo spirito profetico, e non si limita mai, dove appare, ad una determinata classe di persone. Si sa, per esempio, che prima del sacco di Roma alcuni romiti s'erano mostrati qua e là in aria di veri profeti (v. vol. I, pag. 166). Quando fa loro difetto l'arte oratoria, essi mandano messi con simboli, come fece, ad esempio, quell'asceta dei dintorni di Siena, che nel 1429 mandò nell'angustiata città un «romituccio», vale a dire un suo discepolo, con una testa di morto sopra un bastone, alla quale stava appesa una scritta di sentenze minacciose desunte dalla Bibbia.[377]