Ma neanco i monaci non risparmiavano spesso i principi, le autorità, il clero e l'ordine stesso, al quale appartenevano. Vero è, che nei tempi posteriori non s'incontra più una predica tendente direttamente all'eccidio della tirannide, come fu quella[378] che nel secolo XIV tenne fra Jacopo Bussolaro a Pavia, ma s'incontrano invece rabbuffi arditi perfino contro il Papa nella sua propria cappella (v. vol. I, pag. 316) e ingenui consigli politici a principi, che non credevano averne bisogno.[379] Sulla piazza del castello di Milano un predicatore cieco dell'Incoronata (quindi un agostiniano) osò nel 1494 indirizzare dal pergamo a Lodovico il Moro queste parole; «signore, non additare la via ai francesi, perchè avrai a pentirtene».[380] Ci furono dei monaci profeti, che, a quanto pare, non parlavano direttamente di politica, ma davano quadri così terribili dell'avvenire, che gli uditori ne perdevano il senno. Un'intera compagnia di costoro, dodici francescani conventuali, percorsero, subito dopo l'elezione di Leone X (1513), le diverse regioni d'Italia, che si erano dapprima ripartite fra loro. Quegli fra essi che predicò a Firenze,[381] fra Francesco da Montepulciano, suscitò uno spavento sempre crescente nel popolo intero, mentre le sue parole, certamente rinforzate piuttostochè mitigate, giungevano anche a coloro, che per la gran folla non potevano venirgli dappresso. Dopo una di quelle prediche egli morì improvvisamente «di mal di petto»: tutti accorsero a baciare i piedi al cadavere, per modo che si dovette portarlo segretamente a seppellire di notte. Ma lo spirito profetico, una volta surto, invase ora perfino le donne e i contadini, nè si potè più frenarlo se non a stento. «Per mettere in qualche modo di buon umore le moltitudini, Giuliano de' Medici (fratello di Leone) e Lorenzo prepararono pel giorno di S. Giovanni nel 1514 quelle splendide feste, cacce, mascherate e tornei, cui accorsero da Roma, oltre ad alcuni grandi signori, anche sei cardinali, ma travestiti».
Ma il più grande apostolo e profeta di Firenze era già stato arso fin dal 1498: fra Girolamo Savonarola da Ferrara,[382] del quale qui ci accontenteremo di dar pochi cenni.
Il mezzo potente, col quale egli trasformò e signoreggiò Firenze (1494-1498), fu la sua parola, della quale le prediche rimasteci, scritte per lo più mentre egli le pronunciava, non ci danno evidentemente che un'idea molto imperfetta. Non già che i mezzi esteriori coi quali si presentava al pubblico, fossero gran fatto imponenti; chè anzi la voce, la pronuncia, l'espressione retorica e simili costituivano piuttosto il lato debole in lui, e chi desiderava un oratore valente nello stile e negli artifizi retorici, andava a udire il di lui rivale, frà Mariano da Ghinazzano; — ma nel discorso del Savonarola v'era quell'alta efficacia morale, che veramente non riapparve più sino a Lutero. Egli stesso la riguardava come una ispirazione superiore, e collocava quindi assai alto, ma senza immodestia, il ministero del predicatore, mettendo quest'ultimo, nella grande gerarchia degli spiriti, immediatamente dopo l'ultimo degli angeli.
Questa grande personalità, divenuta tutta zelo e fervore, compì inoltre un altro e maggiore miracolo, quello d'indurre i propri confratelli domenicani del convento di S. Marco, e poi tutti quelli della Toscana, ad intraprendere una grande e spontanea riforma di lor medesimi. Chi sappia che cosa fossero allora i conventi e quanto difficile fosse il recare in atto anche il minimo cangiamento in essi, stupirà doppiamente di una simile rivoluzione. Una volta incominciata, quella riforma si venne sempre più consolidando pel fatto che l'ordine acquistava sempre nuovi proseliti in moltissimi che, approvandola, si rendevano addirittura domenicani. Molti figli di case assai ragguardevoli entravano come novizi in san Marco.
Ora, questa riforma dell'ordine secondo le esigenze di un determinato paese era il primo passo verso una chiesa nazionale, alla quale senza dubbio si avrebbe dovuto venire, se questo stato di cose avesse durato un po' più a lungo. Infatti il Savonarola voleva bensì una riforma di tutta la Chiesa, e a tal uopo mandò sul finire della sua missione energiche esortazioni ai grandi e ai potenti per la convocazione di un Concilio. Ma il suo ordine e il suo partito erano divenuti omai per la Toscana l'unico organo possibile del suo spirito, l'elemento indispensabile della sua vita, mentre i paesi vicini perduravano nell'antico sistema. Così a poco a poco, ma sempre progredendo, si venne formando per virtù di sacrificio e per forza di fantasia una idealità, che di Firenze voleva fare un regno di Dio sulla terra.
Le profezie, il cui parziale verificarsi aveva procacciato al Savonarola una riputazione di santo, costituiscono il punto, rispetto al quale la fantasia tanto vivace negli Italiani prevalse anche sugli animi più guardinghi e circospetti. In sulle prime i Minori Osservanti, pavoneggiandosi nella gloria che avea procacciato al loro ordine Bernardino da Siena, credettero di poter schiacciare colla loro concorrenza il grande domenicano. Essi procurarono ad uno dei loro il pergamo del duomo, dove le querule profezie del Savonarola furono superate da altre ancora più esagerate, sino a che Pietro de' Medici, che allora era ancor padrone di Firenze, impose silenzio pel momento ad entrambi i rivali. Poco dopo, quando Carlo VIII venne in Italia e i Medici furono cacciati, come il Savonarola avea chiaramente predetto, si tornò a non credere che a lui.
Or qui bisogna confessare, che egli riguardo ai propri presentimenti e alle proprie visioni non procedeva con quella severa critica, che era solito usare di fronte a quelle degli altri. Nella orazione funebre per Pico della Mirandola noi lo troviamo troppo duro e rigido verso il morto amico. Perchè Pico, in onta ad una intima voce, che veniva dall'alto, ricusò di entrare nel suo ordine, il Savonarola stesso aveva invocato da Dio una tal quale punizione su lui, non però la sua morte: ora, con elemosine e con preghiere, s'era ottenuto almeno che l'anima sua fosse salva nel Purgatorio. Riguardo poi ad una consolante visione, che Pico aveva avuto sul letto di morte, e nella quale la Vergine gli era apparsa e gli avea promesso che non sarebbe morto, il Savonarola confessa di averla per lungo tempo ritenuta una mera illusione diabolica, ma essergli poi stato rivelato che la Vergine aveva inteso la morte dell'anima, cioè l'eterna dannazione. — Se tali cose e somiglianti hanno a considerarsi per quello che sono in fatto, cioè per sogni di una mente levata in soverchia prosunzione, bisogna ricordarsi altresì che questo grande spirito ne ha pagato negli ultimi suoi giorni la pena più amara, che mai si possa immaginare, quella di riconoscere egli stesso la vanità delle proprie visioni e profezie; ciò che tuttavia non gl'impedì di avviarsi alla morte con animo calmo e devotamente rassegnato. I suoi partigiani peraltro tennero fermo alle sue dottrine e alle sue profezie ancora per tre decenni.
Alla riorganizzazione dello Stato egli non pose mano se non perchè altrimenti altri si sarebbe dannosamente impadronito della cosa pubblica. Ma sarebbe una vera ingiustizia se lo si volesse giudicare dalla sua costituzione semi-democratica dei primi mesi del 1495 (v. vol. I, p. 113, nota). Essa non è migliore, nè peggiore di tante altre costituzioni fiorentine.[383]
In sostanza, per tali cose egli era l'uomo il più disadatto, che si potesse immaginare. Il suo vero ideale era una teocrazia, nella quale tutto in devota umiltà si prostra dinanzi all'Invisibile e in cui previamente vengono eliminati tutti i conflitti delle passioni. Tutto il suo pensiero sta in quella iscrizione apposta al palazzo della Signoria, il cui concetto ancora sul finire dell'anno 1495 era il suo motto favorito,[384] e che nel 1527 da' suoi partigiani fu rinnovata: Jesus Christus rex populi fiorentini S. P. Q. decreto creatus. Colla vita terrena e colle cose di questo mondo egli non aveva maggiori rapporti di quelli che potesse avere un severo e rigido frate. La sua opinione costante infatti era che l'uomo non deve occuparsi d'altro, fuorchè di ciò che ha una immediata attinenza colla salute dell'anima.