In niuna cosa ciò appare tanto evidente, quanto nel suo modo di considerare l'antica letteratura. «L'unica cosa buona, dice egli, che Platone ed Aristotele hanno fatto, è quella di aver messo innanzi molte argomentazioni, che si possono utilmente adoperare anche contro gli eretici. Tuttavia essi ed altri filosofi sono condannati all'eterna dannazione. Una vecchierella in fatto di fede ne sa più di Platone. Per la fede sarebbe cosa ottima, che si annientassero molti libri, che del resto sembrano utili. Quando non c'erano ancora tanti libri, nè tante ragioni naturali e disputazioni, la fede cresceva più rapidamente di quello che non sia cresciuta dappoi». La lettura dei classici nelle scuole egli la vuol limitata ad Omero, Virgilio e Cicerone; il resto si completi con gli scritti di Girolamo e di Agostino, e per converso si bandiscano non solo Catullo ed Ovidio, ma anche Tibullo e Terenzio. Qui in sostanza non appare che un sentimento di paura di veder guasta la moralità; ma in uno scritto a parte egli ammette addirittura il danno, che deriva dalla scienza in generale. Le scienze, egli dice, non dovrebbero propriamente essere studiate che da pochi, affinchè non perisca il patrimonio delle cognizioni umane, ma più specialmente perchè si abbiano sempre degli atleti pronti a combattere i sofismi dell'eresia: tutti gli altri non dovrebbero conoscere che la grammatica, la sana morale e la religione (sacrae literae). Così naturalmente tutta la cultura ricadrebbe in mano ai monaci, e siccome al tempo stesso «i più dotti e i più santi» dovrebbero reggere gli Stati, così anche questi reggitori sarebbero nuovamente dei monaci. Non è prezzo dell'opera nemmeno di domandare, se l'autore abbia inteso sul serio di venire a quest'ultima conclusione.

Più puerilmente di così non si può ragionare. La semplice considerazione che l'antichità recentemente scoperta e la gigantesca espansione che acquistarono allora le scienze, potevano, secondo le circostanze, divenire una splendida conferma della Religione, sono due circostanze che non cadono nemmeno nella mente di quel grand'uomo. Egli vorrebbe proibire tutto ciò, che in qualsiasi altro modo non può essere eliminato. In generale egli era tutt'altro che un liberale; contro gli astrologi, per esempio, egli tien sempre pronto quel rogo, sul quale poi egli stesso morì.[385]

Quanta potenza di volontà deve essere stata in quell'anima racchiusa in una mente così ristretta! Qual fiamma di entusiasmo non deve aver divampato in lui per dargli la forza di trascinare i Fiorentini a ripudiar quella cultura e civiltà, di cui erano stati così vivamente innamorati!

Una prova manifesta e parlante se ne ha nella enorme quantità d'oggetti d'arte e di lusso, che furono spontaneamente sacrificati sui suoi famosi roghi, di fronte ai quali si direbbero un nulla tutti i talami di san Bernardino da Siena e d'altri.

Egli è vero però che il procedere del frate in tali circostanze fu molte volte tirannico e poliziesco. In generale gli arbitrii, ai quali egli trascorse contro la libertà individuale tanto pregiata in Italia, non sono lievi, mentre si sa che, ad esempio, favoriva ed esigeva lo spionaggio dei servi contro i loro padroni, per poter più facilmente recare ad effetto la sua progettata riforma dei costumi in Firenze. Era un tentativo assai somigliante a quello, che fece più tardi a Ginevra Calvino: questi colla sua ferrea volontà e perdurando lo stato d'assedio al di fuori della città, riuscì ad effettuarlo, ma non senza ostacoli e contraddizioni d'ogni sorta: il Savonarola invece fallì, e con ciò non fece che esasperare ancor più i suoi avversarii. Tra le misure prese dispiacque in modo particolare quella, per la quale un drappello di fanciulli, messi insieme dal Savonarola, penetrava a forza nelle case per farvi incetta di oggetti destinati al rogo: qua e colà essi vennero respinti con minacce e percosse, e allora, per pur sostenere la finzione di un proselitismo sempre crescente nella borghesia, furono deputati degli adulti ad accompagnare i fanciulli in qualità di loro protettori.

Per tal maniera nell'ultimo giorno di carnevale dell'anno 1497 e del seguente poterono aver luogo due grandi bruciamenti sulla piazza della Signoria. In mezzo ad essa sorgeva una grande piramide a gradinate simile ai roghi, sui quali solevano essere arsi i cadaveri degli imperatori romani. Al basso in prossimità della base vedevansi maschere, barbe e vestiti aggruppati insieme: più in su figuravano libri di autori latini ed italiani, fra gli altri il Morgante del Pulci, il Decamerone del Boccaccio e il Canzoniere del Petrarca, e in parte anche preziose pergamene e manoscritti miniati; sopra questi vedevansi ornamenti muliebri e articoli di toeletta, profumerie, specchi, veli, acconciature, e più in alto ancora liuti, arpe, scacchieri, e carte da giuoco: finalmente i due gradini superiori non contenevano che soli ritratti, specialmente di donne celebri per bellezza, appartenenti in parte alla classica antichità, come per esempio, Lucrezia, Cleopatra e Faustina, in parte all'epoca contemporanea, come la bella Bencina, la Lena Martella e le celebri Bina e Maria de' Lenzi. La prima volta un mercante veneziano quivi presente offerse alla Signoria 20,000 fiorini d'oro per tutti gli oggetti accumulati sulla piramide, e n'ebbe in risposta, che si farebbe fare anche il suo ritratto, per metterlo ad ardere insieme con gli altri. Al primo appiccare del fuoco la Signoria assistette, affacciandosi alla loggia, e l'aria echeggiò di canti e del suono delle trombe e delle campane. Poi la moltitudine venne in massa sul piazzale di S. Marco, dove si ballò una danza concentrica: nella prima fila stavano i frati del convento, che si alternavano con fanciulli vestiti da angeli; nella seconda giovani ecclesiastici e laici; nella terza vecchi, cittadini e sacerdoti, questi ultimi incoronati di frondi d'ulivo.

Ma nè queste scene, nè le derisioni degli avversarii, alle quali per vero non mancavano nè le occasioni, nè in quelli il talento necessario, non bastarono più tardi a screditare la memoria del Savonarola. Quanto più dolorosamente si svolsero i destini d'Italia, tanto più gloriosa apparve ai posteri la figura del grand'uomo e profeta. Vero è che non tutte le sue profezie s'avverarono esattamente nelle particolarità da lui indicate; ma le grandi sventure generali, ch'egli aveva annunciato, pur troppo ebbero un adempimento anche troppo terribile.

Tuttavia bisogna pur riconoscere, che nè gli sforzi de' suoi predecessori, nè quelli che fece egli medesimo per rivendicare al monacato l'ufficio salutare della predicazione,[386] non valsero a salvare quest'ultimo dall'universale disprezzo, in cui, come istituzione, era caduto. La cosa era omai evidente: in Italia non era più possibile verun'altra specie di entusiasmo, fuorchè quella, che sapeva destare qualche grande e straordinaria individualità.


Ora, se si dovesse, prescindendo dal clero e dagli ordini religiosi, constatare con precisione in quali condizioni si trovasse l'antica fede presso tutte le altre classi sociali, esse ci apparirebbero assai differenti, secondochè si considerano in una luce diversa e sotto un determinato punto di vista. Della necessità assoluta dei sacramenti e dei riti ecclesiastici abbiam già parlato altrove (v. vol. I, pag. 141, vol. II, pag. 262); diamo ora uno sguardo alla fede ed al culto, quali apparivano nella vita ordinaria quotidiana, dove sono di sommo rilievo le abitudini del popolo e il rispetto per esse delle classi più elevate.