Tutte le pratiche di penitenza necessarie all'acquisto della celestiale beatitudine riscontransi nelle classi inferiori tanto delle città, quanto delle campagne in ugual misura e coi medesimi pregiudizi, che nei paesi settentrionali, ed anche le persone colte se ne mostrano qua e colà fino ad un certo punto persuase. Quei lati del cattolicismo popolare, che hanno la loro origine nelle antiche gentilesche invocazioni e nelle rituali donazioni ed espiazioni per propiziarsi la Divinità, appaiono saldamente radicati nella coscienza di tutti. L'egloga ottava di Battista Mantovano citata già in altra occasione,[387] contiene, fra le altre cose, la preghiera di un contadino alla Vergine, dove essa è invocata come patrona speciale dei singoli interessi della vita rurale. E quali concetti non si formava il popolo della virtù miracolosa di certe determinate Madonne! Quale idea doveva mai averne quella donna fiorentina,[388] che fece appendere ex voto una piccola botte di cera all'altare dell'Annunziata, perchè il di lei amante, un frate, a poco a poco le era venuto bevendo un botticello di vino, senza che il marito, tornando da una lunga assenza, se ne accorgesse! Per tal maniera esisteva anche allora, nè più, nè meno che ora, un patronato speciale di singoli santi per singole classi. Più volte si è tentato di richiamare un certo numero di usanze rituali della Chiesa cattolica alle antiche ceremonie pagane, colle quali hanno stretta attinenza, ed è universalmente ammesso, oltre a ciò, che non poche consuetudini locali e popolari, che si vennero innestando nelle feste ecclesiastiche, non sono che involontarie reminiscenze dei diversi riti pagani esistenti anticamente qua e colà in Europa. In Italia poi queste reminiscenze sono manifeste in modo speciale tra le popolazioni del contado, dove, per esempio, prevale ancora l'uso di preparar cibi pei morti, quattro giorni prima della festa della cattedra di S. Pietro, vale a dire nel giorno preciso (18 febbraio) delle antiche feste feralie,[389] e dove può affermarsi essere allora state in uso tante altre antiche usanze, che solo assai più tardi furono sradicate del tutto. Forse non sarebbe del tutto irragionevole il dire, che le più solide credenze religiose del popolo in Italia erano appunto quelle, che ripetevano la loro origine dagli usi pagani.

Ora non sarebbe sino ad un certo punto troppo difficile il dimostrare quanto una tale specie di fede predominasse anche nelle classi più elevate. Essa, come s'è dimostrato toccando dei rapporti col clero, aveva in suo favore la forza delle abitudini e delle prime impressioni; e a farla trionfare contribuì non poco anche l'amore che s'aveva alle pompe festive della Chiesa, nonchè qua e là taluna di quelle grandi epidemie religiose, alle quali anche i beffardi e gli scettici furono impotenti a resistere.


Ma in queste questioni ella è pur sempre cosa pericolosa il voler tirare con troppa fretta delle conclusioni assolute. Si dovrebbe credere, per esempio, che il contegno degli uomini colti verso le reliquie dei santi dovesse offrire una chiave, che ci aprisse almeno alcuni lati particolari della loro coscienza religiosa. E nel fatto certe differenze di gradazione non sono impossibili a dimostrare, non però così chiaramente, come sarebbe desiderabile. Il governo di Venezia, innanzi tutto, sembra aver nel secolo XV pienamente partecipato a quella devozione per gli avanzi di corpi santi, che allora regnava in tutto l'occidente (v. vol. I, pag. 99). Anche taluni stranieri, che allora vivevano a Venezia, non mancarono di uniformarsi a quel pregiudizio.[390] Non diversamente sembrano essere andate le cose nella dotta Padova, se noi vogliamo stare alle testimonianze del suo topografo Michele Savonarola (v. vol. I, pag. 201). Con un sentimento di orgoglio, al quale si frammischia altresì un sacro terrore. Michele ci narra come, al ricorrere di grandi pericoli notturni, si udissero per tutta la città i santi sospirare, e come in tali occasioni al cadavere di una santa monaca di santa Chiara crescessero, continuamente rinnovandosi, le unghie e i capelli, come essa altre volte, incombendo gravi sventure, facesse romori, sollevasse le braccia e simili.[391] Descrivendo la cappella di sant'Antonio nella sua basilica, l'autore esce in esclamazioni tronche e fantastiche. — A Milano non era minore il fanatismo del popolo minuto per le reliquie, e quando una volta (1517) i monaci di san Simpliciano, ricostruendo l'altar maggiore, scopersero sei corpi di santi e sopravvennero turbini e pioggie nel paese, tutti attribuirono la causa di tali disastri a quel sacrilegio,[392] e non mancarono di battere per bene sulla pubblica via quei monaci, dovunque li incontravano. — Ma in altri paesi d'Italia la fede non è così viva, e a Roma stessa, in prossimità dei Papi, si osano sollevare dei dubbi, senza però trarne veruna conclusione definitiva. È noto universalmente con quanta solennità Pio II abbia accolto in Roma il cranio dell'apostolo Andrea miracolosamente fuggito dalla Grecia a santa Maura, e come l'abbia fatto deporre con gran pompa in san Pietro (1462); ma dalla sua stessa Relazione emerge non essersi egli indotto a tutto ciò se non per una specie di pudore, quando vide che tanti principi si disputavano quella reliquia. Allora soltanto gli sarebbe caduto in pensiero di convertir Roma in un asilo universale delle reliquie dei Santi cacciati dalle loro Chiese.[393] Sotto Sisto IV la popolazione della città era infervorata in tali cose più del Papa stesso, per modo che la magistratura si lagnò amaramente (1483), quando Sisto mandò al moribondo Luigi XI alcune delle reliquie custodite in san Giovanni Laterano.[394] — A Bologna si alzò a questo tempo una voce ardita domandando che si vendesse al re di Spagna il cranio di san Domenico, e del prezzo che se ne sarebbe ricavato, si facesse qualche opera di pubblica utilità.[395] — Ma quelli che mostrano minor fede di tutti nelle reliquie, sono i Fiorentini. Basti il dire, che tra la decisione presa di onorare il santo loro concittadino Zanobi con un nuovo sarcofago e l'incarico dell'esecuzione datone al Ghiberti corsero non meno di diciannove anni (1409-1428), ed anche allora la cosa non seguì che per un mero accidente, vale a dire, perchè l'artista avea già compiuto in piccolo un lavoro assai somigliante.[396] Forse erano stanchi di reliquie, dopochè erano stati ingannati da una astuta abbadessa napoletana (1352), che avea loro venduto, imitato in legno e gesso, un falso braccio della patrona del duomo, santa Reparata.[397] Ma forse anche il senso estetico, di cui questo popolo andava sopra gli altri fornito, lo distolse prima d'ogni altro dal culto di cadaveri fatti a pezzi e di vestimenti ed utensili già polverizzati; l'amore della gloria, intesa nel senso moderno, gli rendeva più desiderabile il possesso delle spoglie mortali di un Dante o di un Petrarca, che non di quelle dei dodici Apostoli uniti insieme. Per ultimo può anche darsi che in tutta Italia, prescindendo da Venezia e da Roma, l'ultima delle quali specialmente avea qualche cosa di eccezionale, il culto delle reliquie fosse già da gran tempo scemato, più che in qualunque altro paese d'Europa, dinanzi a quello della Vergine,[398] e in tal caso si avrebbe una prova di più, benchè indiretta, della priorità di questo popolo nel culto della forma estetica.[399]

Si domanderà se nel nord, dove le più gigantesche cattedrali sono quasi tutte dedicate a Nostra Donna, e dove una intera letteratura poetica latina ed indigena era volta a glorificare la Madre di Dio, fosse appena possibile una maggiore venerazione per essa? Ma, di fronte a un tal culto, in Italia si moltiplicano all'infinito le Madonne miracolose, che esercitano un intervento continuo e diretto nella vita quotidiana. Ogni città alquanto considerevole ne possiede parecchie, a cominciare da quelle «dipinte da san Luca», e quindi antichissime o almeno avute per tali, sino ai lavori dei contemporanei, taluni dei quali ebbero talvolta vita abbastanza lunga da veder le loro pitture operare miracoli. Il lavoro artistico non è qui così insignificante, come la pensa Battista Mantovano;[400] secondo le circostanze esso acquista improvvisamente una prepotente virtù magica. Il bisogno di miracoli, che prova il popolo, e specialmente le donne, sembra essere stato con ciò appagato, e appunto per ciò le reliquie furono pressochè messe del tutto in disparte. Sino a qual punto poi lo scherno dei novellieri contro le false reliquie abbia nociuto anche alle vere,[401] noi non siamo in grado di dirlo.

L'attitudine delle persone colte rispetto al culto di Maria si manifesta un po' più chiaramente, che non riguardo al culto delle reliquie. Innanzi tutto potrà sorprendere, che nella letteratura Dante col suo «Paradiso»[402] sia rimasto l'ultimo vero poeta di Maria presso gl'Italiani, mentre nel popolo le canzoni alla Vergine continuano a pullular sempre nuove sino al giorno d'oggi. Forse si vorranno mettere innanzi il Sannazzaro, il Sabellico,[403] ed altri poeti latini; ma il loro scopo evidentemente letterario toglie alla citazione, se non tutta, una gran parte almeno della sua efficacia. Quanto poi alle poesie italiane del secolo XV e dei primi anni del XVI, nelle quali si manifesta direttamente un sentimento religioso, sono tali, che per la maggior parte potrebbero anche essere scritte da protestanti, come, per esempio, gli inni di questo genere di Lorenzo de' Medici, i sonetti di Vittoria Colonna, di Michelangelo, di Gaspara Stampa e d'altri. Prescindendo dall'espressione lirica del teismo, vi parla per lo più il sentimento della corruzione del genere umano, la coscienza della Redenzione colla morte di Cristo, l'aspirazione ad un mondo superiore, dove l'intercessione della Madre di Dio non è menzionata se non in via eccezionale.[404] È lo stesso fenomeno, che si ripete nella letteratura classica dei Francesi del tempo di Luigi XIV. Chi ricondusse nella poesia italiana il culto di Maria fu la Contro-riforma; ma è anche vero che nel frattempo l'arte figurativa avea raggiunto il colmo della sua potenza per la glorificazione della Vergine. — Il culto dei Santi per ultimo presso le persone colte assunse non di rado un colorito essenzialmente pagano (v. vol. I, pag. 77 e segg. e 355).


Ora, noi potremmo esaminare alla stessa maniera diversi altri lati del cattolicismo italiano d'allora e mettere in evidenza fino ad un certo punto il rapporto presumibile, in cui si trovavano le classi colte con la fede del popolo, senza tuttavia giungere a verun risultato definitivo in questo riguardo. I contrasti sono tali, che difficilmente se ne riscontreranno di somiglianti. Mentre infatti si continua a costruir chiese e a corredarle di magnifiche opere, si odono amari lamenti, sin dai primi anni del secolo XVI, sull'abbandono in cui è caduto il culto e sulla noncuranza in cui sono tenute le chiese stesse: Templa ruunt, passim sordent altaria, cultus Paulatim divinus abit![405] È noto come Lutero rimanesse scandolezzato a Roma del contegno tutt'altro che devoto dei preti nel celebrare la Messa. Ma, accanto a ciò, le festività ecclesiastiche facevansi con tal pompa e con tal gusto, che nei paesi settentrionali non se ne aveva nemmeno un'idea. Converrà ammettere adunque che il popolo italiano, provveduto di una straordinaria forza di fantasia, volentieri trascurasse ciò che era pura consuetudine giornaliera, per lasciarsi trasportare affatto da tutto ciò, che avesse comecchessia un carattere di straordinarietà.

Da questa sovrabbondanza di fantasia si spiegano anche quelle grandi correnti di entusiasmo religioso, che si potrebbero dire epidemiche, e delle quali dobbiamo qui dare un cenno. Esse non sono altrimenti l'effetto di qualche straordinaria predicazione, ma si manifestano invece in occasioni di grandi calamità sopravvenute o imminenti.