Nel medio-evo l'Europa era visitata di tempo in tempo da un turbine di questa specie, e la conseguenza ordinaria era questa, che le moltitudini, per scongiurarlo, si gettavano entusiasticamente in qualche grande impresa o peregrinazione, quali furono, ad esempio, le Crociate e le compagnie dei Flagellanti. L'Italia ebbe la sua parte e nell'una cosa e nell'altra; le prime schiere veramente numerose di Flagellanti sono quelle, che sorsero quivi subito dopo la caduta di Ezzelino e della sua casa, e precisamente nel territorio di quella stessa Perugia,[406] che noi più tardi abbiamo riconosciuto come il teatro principale delle più famose predicazioni (v. pag. 268 nota). Poi vennero i Flagellanti del 1310 e del 1334,[407] e da ultimo il grande pellegrinaggio, ma senza flagellazione, di cui parla il Corio all'anno 1339.[408] Non è impresumibile che i Giubilei in origine sieno stati, almeno in parte, istituiti per regolare possibilmente e rendere innocui questi grandi moti incomposti delle moltitudini esaltate dal fanatismo religioso; anche i grandi santuarii d'Italia, frattanto divenuti famosi, come, per esempio, quello di Loreto, attrassero a sè una parte di quell'entusiasmo.[409]

Ma in momenti terribili si ridesta qua e colà anche in tempi molto posteriori l'ardore delle penitenze medievali, e il popolo spaventato, specialmente quando qualche prodigio aggrava ancor più la situazione, vuol propiziarsi il cielo con flagellazioni e con pianti e preghiere. Così accadde a Bologna[410] in occasione della pestilenza del 1457; così a Siena[411] nei tumulti interni che l'agitarono nel 1496, per non citare, tra mille, che due soli fatti. Ma veramente commovente è ciò che accadde a Milano nel 1529, quando la guerra, la fame e la peste, insieme alle estorsioni spagnuole, avean ridotto il paese all'ultima disperazione.[412] Per caso fu uno spagnuolo, fra Tommaso Nieto, quegli che questa volta predicò: nelle processioni a piedi scalzi, ch'egli ordinò, vecchi e giovani confusamente seguivano il Sacramento, ch'egli fece portare in una nuova guisa, cioè assicurando l'ostensorio sopra una bara carica di ornamenti e appoggiata alle spalle di quattro sacerdoti in bianco paludamento, — ad imitazione dell'Arca dell'Alleanza,[413] quando una volta fu portata dal popolo d'Israele intorno alle mura di Gerico. Così il travagliato popolo di Milano ricordava all'antico suo Dio il vecchio patto fatto con gli uomini, e quando la processione rientrò nel duomo e pareva che il gigantesco edifizio dovesse crollare fra le grida assordanti che imploravano misericordia, si sarebbe quasi stati tentati di credere, che il cielo dovesse sconvolgere le leggi della natura e della storia con qualche grande e salutare miracolo.


Ma in Italia v'era un governo, che in simili casi afferrava sempre le redini di quei moti e dava loro un ordinamento regolare: quello del duca Ercole I di Ferrara.[414] Allorquando il Savonarola era potente in Firenze e l'entusiasmo per le profezie e gli atti di penitenza cominciò ad estendersi anche oltre l'Appennino, in Ferrara sorse l'idea di promuovere un gran digiuno volontario generale (al principio dell'anno 1496): un lazzarista annunciò dal pergamo imminente una spaventevole guerra ed una carestia; chi digiunava avrebbe potuto sfuggire a quei flagelli: ciò aver rivelato la Vergine a due coniugi suoi devoti. Dietro di che anche la corte non potè sottrarsi all'adempimento di quella pratica, ma allora essa volle almeno averne la direzione. Il 3 aprile (giorno di Pasqua) apparve un editto concernente i costumi e le devozioni, dove si qualificavano come delitti la bestemmia, i giuochi proibiti, la sodomia, il concubinato, il ricetto accordato alle meretrici e ai lor manutengoli, i traffichi in giorni festivi, e così via: e al tempo stesso s'ingiungeva agli Ebrei ed ai Mori, molti dei quali s'erano quivi rifugiati dalla Spagna, di rimettersi sul petto il loro O giallo. I contravventori erano minacciati non solo delle pene inflitte dalle leggi anteriori, «ma anche d'altre e maggiori, che al duca piacesse di stabilire». Dopo ciò il duca insieme a tutta la corte si recò per parecchi giorni alla predica; il 10 aprile furono obbligati ad intervenirvi perfino tutti gli Ebrei di Ferrara. Ma il 3 maggio il direttore della polizia — il già menzionato Gregorio Zampante (v. vol. 1, pag. 67) — pubblicò un manifesto, nel quale era detto che chiunque avesse dato danaro ai sergenti del tribunale per non essere denunziato come bestemmiatore, si annunciasse per riaverlo, insieme ad un ulteriore indennizzo: infatti quegli uomini vituperati avevano estorto da persone innocenti due e fin tre ducati ciascuno, sotto la minaccia di accusarle, e s'erano poi tra loro traditi, per cui finirono coll'andare in carcere invece essi stessi. Ma siccome s'era pagato appunto per non aver che fare con lo Zampante, è verosimile che nessuno si sia presentato dopo il suo manifesto. — Nell'anno 1500, dopo la caduta di Lodovico il Moro, quando quelle stesse velleità religiose risorsero, Ercole ordinò di proprio impulso[415] alcune nuove processioni, nelle quali non doveano mancare neanche i fanciulli bianco-vestiti colla bandiera di Gesù, ed egli stesso v'intervenne a cavallo, perchè a gran fatica reggevasi sulle gambe. Poi seguì un editto affatto simile a quello del 1496. Le numerose costruzioni di chiese e di conventi di questi duchi son conosciute; ma Ercole fece venire a Ferrara perfino una santa vivente, suor Colomba,[416] poco prima che seguissero le nozze di suo figlio Alfonso con Lucrezia Borgia (1502). Un corriere di gabinetto[417] andò a prendere la santa a Viterbo con quindici altre monache, e il duca in persona al loro arrivo le condusse in un convento appositamente apparecchiato. Lo si calunnierebbe, ammettendo che egli in tutti questi passi fosse guidato da un intendimento essenzialmente politico? Al concetto che s'eran formato gli Estensi dell'arte di regnare, quale altrove è stato indicato (v. vol. I, pag. 61 e segg.), non contrastava punto, anzi si associava assai logicamente l'idea di valersi a proprio vantaggio anche dell'elemento religioso.

CAPITOLO III. La Religione e lo spirito del Rinascimento.

Soggettivismo necessario. — Tendenze mondane. — Tolleranza verso l'islamismo. — Legittime aspirazioni di tutte le religioni. — Influenza dell'antichità. — Pretesi epicurei. — Dottrina del libero arbitrio. — Umanisti devoti. — Indirizzo mediano degli umanisti in generale. — Primordii della critica religiosa. — Fatalismo degli umanisti. — Riti esterni pagani.

Ma per giungere a conclusioni definitive sulla religiosità degli uomini del Rinascimento dobbiamo prendere un'altra via. Dal loro modo di vivere in generale deve risultare la vera loro posizione tanto di fronte alla religione del paese, quanto di fronte al concetto allora prevalente della Divinità.

Questi uomini al tutto moderni, questi rappresentanti della cultura italiana d'allora, sono nati religiosi non meno degli altri popoli d'occidente; ma l'indomito loro individualismo li rende nella religione, come in tante altre cose, soggettivi, come la grande attrattiva che esercita su essi la scoperta del mondo esteriore e del mondo morale, li rende a preferenza mondani. Nel resto d'Europa invece la religione rimane ancora a lungo un dato obbiettivo, e nella vita l'egoismo e la sensualità si alternano immediatamente colla devozione e la penitenza: quest'ultima però non soffre ancora veruna concorrenza spirituale, come in Italia, o almeno, se c'è, è infinitamente minore.

Inoltre da tempo remotissimo il frequente e immediato contatto coi Bizantini e coi Musulmani avea tenuto viva un'abituale tolleranza o indifferenza religiosa, dinanzi alla quale l'idea etnografica di una Cristianità occidentale privilegiata perdeva ogni efficacia. E quando l'antichità classica, co' suoi eroi e le sue istituzioni, divenne l'ideale della vita umana, la speculazione conforme allo spirito degli antichi e lo scetticismo dominarono spesso per intero la mente degli Italiani.

Di più: siccome gl'Italiani furono i primi tra i moderni Europei a speculare arditamente intorno alla libertà e alla necessità, e ciò accadde fra circostanze politiche illegali e violente, che troppo spesso somigliavano a una splendida e durevole vittoria del male contro il principio del bene, così la loro fede in Dio vacillò, e un tal quale fatalismo cominciò ad insinuarsi nel loro cuore e a regolare il loro giudizio. Quando poi la fede soffriva una scossa in una di quelle anime appassionate, che non possono vivere nel dubbio e nell'incertezza, allora si cercò un compenso nelle superstizioni ereditate dagli antichi e dal medio-evo, quali erano, per esempio, l'astrologìa e la magìa.