Ma finalmente questi atleti del pensiero, questi rappresentanti del Rinascimento mostrano sotto il punto di vista religioso una qualità, che è frequente nelle nature giovanili, distinguono cioè con grande sagacia il bene dal male, ma non intendono che cosa sia il peccato: ogni turbamento dell'armonia interna sperano di poterlo ricomporre colle forze loro, e appunto per questo non conoscono verun rimorso; e conseguentemente si fa meno sensibile in essi il bisogno di una Redenzione, mentre al tempo stesso, dinanzi alle mire ambiziose e allo sforzo mentale del momento, svanisce completamente il pensiero di un mondo avvenire, ovvero assume una forma poetica, anzichè dogmatica.

Se noi facciamo presenti alla nostra mente tutte queste cose, suggerite e in gran parte anche confuse dalla fantasia, che prevale su tutto, avremo un'immagine dello spirito di quel tempo, che almeno s'accosterà alla verità assai più, che quelle vaghe querimonie, che sogliono udirsi sull'indirizzo pagano del tempo moderno. E spingendo poi l'osservazione più addentro, arriveremo anche a persuaderci, che sotto il velo, che copre un tale stato di cose, rimane ancor vivo un forte istinto di schietta e pura religiosità.

Un più ampio sviluppo del sin qui detto deve necessariamente limitarsi alle prove di fatto le più necessarie.

Che la religione in generale fosse divenuta nuovamente piuttosto un affare individuale e dipendente dalla maniera d'intenderla di ciascuno, era cosa inevitabile di fronte alle dottrine della Chiesa degenerate e tirannicamente mantenute, ed era al tempo stesso una prova, che lo spirito europeo non era ancora spento del tutto. Egli è vero però, che ciò si manifesta in modi molto diversi: perchè, mentre in Germania le nuove sêtte mistiche ed ascetiche crearono una nuova disciplina più adatta al sentire moderno, in Italia invece ognuno andò per la sua via, senza curarsi delle credenze e delle opinioni degli altri, e in tal guisa, gettati nel mare della vita, molti si perdettero nell'indifferenza religiosa, che più cresceva col crescere della cognizione degli uomini e delle cose. Tanto più adunque sono da ammirare coloro, che arrivarono a formarsi una religione da sè, e vi si attennero stabilmente. Poichè non fu loro colpa se non poterono più restar fedeli all'antica Chiesa, quale essa era e quale s'imponeva a' suoi seguaci, e da un altro lato sarebbe stato un pretendere troppo da singoli individui, che si sobbarcassero all'ingente lavoro spirituale, che fu il compito dei Riformatori tedeschi. A che cosa generalmente mirasse questa religione individuale delle persone più colte cercheremo di dimostrarlo nella conclusione del nostro lavoro.


Lo spirito mondano, per mezzo del quale il Rinascimento sembra trovarsi in aperto contrasto col medioevo, ha origine innanzi tutto dall'enorme sovrabbondare delle nuove opinioni e dei nuovi concetti, che si vennero formando intorno alla natura ed all'umanità. Considerato in sè stesso, esso non è più ostile alla religione di quello che siano i così detti interessi della civiltà, che ora ne tengono il posto, salvo che tali interessi, quali da noi sono intesi, non ci dànno che una pallida immagine dell'universale entusiasmo, che le molte e grandiose novità d'allora destarono in tutti gli ordini della vita sociale. Per tal maniera quel nuovo indirizzo era serio e, oltre a ciò, nobilitato dalla poesia e dall'arte. Ella è una sublime necessità dello spirito moderno, alla quale esso non può più sottrarsi, quella di sentirsi attratto irresistibilmente allo studio degli uomini e delle cose e di credere che appunto in questo consista la sua missione.[418] In quanto tempo e per quali vie questo studio sarà per ricondurlo a Dio, e in qual maniera esso giungerà a mettersi in armonia con gli altri sentimenti religiosi di ogni individuo, sono questioni, alle quali non si può rispondere col semplice aiuto del nudo ragionamento. Il medio-evo, che nel complesso s'era tenuto lontano dall'empirismo e dal libero esame, non può in questo grande problema portare veruna luce, che ci appiani la via al suo scioglimento.


Con lo studio dell'uomo e con molte altre cose ancora si collegò poscia la tolleranza e l'indifferenza di fronte all'Islamismo. Che gl'Italiani sin dai tempi delle Crociate conoscessero ed ammirassero l'eminente grado di cultura, cui erano giunti, specialmente prima dell'invasione mongolica, i popoli islamitici, è cosa posta ormai fuor d'ogni dubbio; più tardi vi si aggiunsero altre circostanze importanti, quali il modo di governare mezzo maomettano dei loro principi, la tacita avversione, anzi il disprezzo verso la Chiesa già corrotta e degenerata, la frequenza e l'attività sempre maggiori dei viaggi e dei commerci nei porti orientali e meridionali del Mediterraneo.[419] Ancora nel secolo XIII non sarebbe difficile a dimostrare come gli Italiani accettassero di buon grado certe idee maomettane di generosità e di dignitosa alterezza, che d'ordinario si presupponevano nella persona di qualche sultano. In genere s'intendono sempre i sultani ejubidici Mammelucchi d'Egitto, e, se si cita un nome, egli è di solito quello di Saladino.[420] Perfino i Turchi Osmani, di cui veramente non s'ignoravano le tendenze brutali e rapaci, non ispirano agl'Italiani, come è stato dimostrato altrove (v. vol. I, pag. 126 e segg), se non un mezzo spavento, e intere popolazioni si vanno abituando all'idea di un possibile accordo con essi.

La più vera e caratteristica espressione di questa indifferenza è la famosa storia dei tre anelli, che, fra molte altre, Lessing pose in bocca al suo Natan, dopochè già molti secoli prima un po' timidamente era stata narrata nelle «Cento novelle antiche» (nov. 72 e 73), e un po' più liberamente poi dal Boccaccio.[421] In quale angolo del Mediterraneo ed in qual lingua sia stata per la prima volta esposta, nessuno sarà mai in grado di dirlo; probabilmente però nelle sue origini essa era molto più esplicita, che non nelle due versioni italiane. La segreta riserva, che vi sta in fondo, vale a dire il deismo, apparirà più innanzi nel suo più ampio significato. La stessa idea, ma sotto forma più grossolana e sforzata, appare nel noto libello sui «Tre che ingannarono il mondo», vale a dire Mosè, Cristo e Maometto. Ma se l'imperatore Federico II, che se ne vuole autore, avesse avuto realmente simili idee, presumibilmente le avrebbe anche espresse in modo men grossolano. Del resto, esse s'incontrano frequentemente anche nell'Islamismo d'allora.