Un modo di pensare assai somigliante s'incontra poi, all'epoca più splendida del Rinascimento, verso la fine del secolo XV, nel «Morgante maggiore» di Luigi Pulci. Il mondo fantastico nel quale si movono i suoi personaggi, si divide, come in tutte le epoche romanzesche, in due campi, il cristiano ed il maomettano. Ora, conforme alle idee del medio-evo, la vittoria e la riconciliazione tra i combattenti era di preferenza seguita dal battesimo della parte maomettana soccombente, e gl'improvvisatori, che avean trattato lo stesso argomento prima del Pulci, devono aver insistito di frequente su questo punto. Il vero ufficio del Pulci è quello di parodiare i suoi predecessori, specialmente i peggiori fra loro, e questo accade già colle invocazioni di Dio, di Cristo, e della Vergine, con cui comincia ciascuno de' suoi canti. Ma ancor più espressamente poi egli fa la caricatura delle loro conversioni e dei loro battesimi, presentandoli al lettore e all'uditore sotto forme così assurde, che l'ironia salta agli occhi di tutti. Nè egli s'accontenta di ciò, anzi va tant'oltre da confessare la propria fede nella bontà relativa di tutte le religioni,[422] confessione, alla quale, in onta a tutte le sue proteste di ortodossia,[423] sta in fondo una tendenza essenzialmente deistica. Oltre a ciò, egli fa ancora un altro gran passo al di là del medio-evo in un'altra direzione. Le alternative dei secoli precedenti avean detto: credenti ortodossi o eretici, o cristiani o pagani e maomettani: ora il Pulci ci ritrae la figura del gigante Margutte,[424] il quale di fronte a tutte e a ciascuna religione lietamente si professa seguace di un sensuale egoismo e di tutti i vizi, non riservando che un punto solo: di non tradir mai chicchessia. Forse il poeta nel ritrarre questo tipo di furfante, che pure ha una onestà sua propria, ebbe in mira un concetto elevato, quello di condurlo sulla via del bene per mezzo di Morgante; ma la figura gli si guastò assai presto fra le mani, e noi vediamo che ancora nel canto seguente egli gli fa fare una comica fine.[425] Margutte è stato da alcuni tirato in campo come una prova della frivolezza del Pulci; ma necessariamente esso è una parte integrante del mondo poetico del secolo XV. Questo doveva pure esprimere in qualche modo e con una certa grottesca grandezza il selvaggio egoismo divenuto indifferente affatto al dogmatismo che allora regnava, quell'egoismo, al quale non è rimasto che un resto di sentimento d'onore. Anche in altri poemi ai giganti, ai demonii, ai pagani ed ai maomettani pongonsi in bocca idee e sentimenti, che nessun cavaliere cristiano oserebbe manifestare.


In modo affatto diverso influì alla sua volta anche l'antichità, e propriamente non già per mezzo della sua religione, perchè questa ormai era anche troppo omogenea al cattolicismo d'allora, ma per mezzo della sua filosofia. La letteratura antica, che allora si venerava come qualche cosa di veramente perfetto, era tutta piena delle vittorie della filosofia sulla cieca fede nelle tradizioni religiose: un numero rilevante di sistemi e frammenti di sistemi presentaronsi alla mente degli Italiani, non più come semplici novità od eresie, ma quasi come dogmi, che ora si tentò non tanto di distinguere, quanto di conciliare fra loro. Pressochè in tutte queste diverse opinioni e in questi filosofemi c'era una specie di fede nella Divinità; ma nel loro complesso essi formavano tuttavia un contrasto assai vivo colla teoria cristiana della divina Provvidenza regolatrice del mondo. Allora sorse una questione veramente essenziale, nella soluzione della quale s'era affaticata senza soddisfacente risultato la teologia del medio-evo, e che ora appunto pretendeva una risposta dalla sapienza degli antichi: in quali rapporti, cioè, stieno fra loro la Provvidenza, il libero arbitrio dell'uomo e la necessità delle cose. Se noi volessimo anche superficialmente tener dietro alla storia di questa questione dal secolo XIV in avanti, saremmo condotti a scrivere un libro apposito. Qui bastino all'uopo pochi fuggevoli cenni.


Se si consulta Dante e i suoi contemporanei, l'antica filosofia in sulle prime avrebbe inclinato appunto verso quel lato della vita italiana, che formava il più aperto contrasto col Cristianesimo, vale a dire, verso l'epicureismo. A quel tempo non si possedevano più gli scritti di Epicuro, ed anche quelli fra gli antichi che parlavano delle sue dottrine, ne parlavano da un punto di vista troppo esclusivo e ristretto; ciò non ostante però bastava quella forma dell'epicureismo, che si poteva studiare in Lucrezio e più particolarmente poi in Cicerone, per accorgersi tosto di essere in un mondo del tutto privo di divinità. Quanto letteralmente sia stata intesa la sua dottrina, non potrebbe dirsi, come niuno potrà mai dire, se per avventura il nome dell'enigmatico savio della Grecia non sia divenuto una comoda parola d'ordine per le moltitudini: e probabilmente l'Inquisizione domenicana si è servita di questo appellativo per designar anche tutti coloro, sui quali in verun altro modo non poteva stendere la sua mano. Tali erano quei beffardi dispregiatori e detrattori della Chiesa, che apparvero assai per tempo e che difficilmente avrebbero potuto punirsi per dottrine eretiche determinate: ma, per tirar loro addosso quell'accusa, bastava la vita spensierata ed allegra, che conducevano. In questo senso convenzionale infatti anche Giovanni Villani usa evidentemente questa parola,[426] quando nei due incendj fiorentini del 1115 e del 1117 non vede che una punizione divina per le eresie di molte sêtte e «intra l'altre della setta degli Epicurei, per vizio di lussuria e di gola». Di Manfredi egli dice; «tutta sua vita fu epicuria, non curando quasi Iddio, ne' Santi, se non a diletto del corpo».

Più apertamente ancora si esprime Dante nel nono e decimo canto dell'Inferno. Lo spaventevole campo seminato di tombe roventi coi coperchi sospesi, dalle quali uscivano voci di profondo dolore, albergava le due grandi categorie di coloro, che o furono vinti dalle armi della Chiesa nel secolo XIII, o ne furono espulsi. Gli uni erano eresiarchi, e facevano guerra alla Chiesa con determinate dottrine, che cercarono di diffondere: gli altri epicurei, e la colpa loro consisteva nell'avere opinato che l'anima muoja col corpo.[427] Ma la Chiesa sapeva bene che questa opinione, qualora avesse preso piede, avrebbe nociuto alla di lei potenza assai più che tutte le dottrine de' Manichei e de' Paterini, perchè toglieva ogni efficacia a quanto essa dichiara sul destino dei singoli individui dopo la loro morte. Naturalmente non era da aspettarsi che ella confessasse di aver essa stessa, coi mezzi di cui si servì nelle sue lotte, spinto appunto i migliori alla disperazione ed all'incredulità.

L'avversione di Dante per Epicuro e per ciò ch'egli riguardava come la sua dottrina, era certamente sincera; il poeta del mondo soprannaturale doveva necessariamente odiare chi negava l'immortalità; ed un mondo nè creato, nè guidato da Dio, e la sensualità posta a scopo supremo della vita, erano due concetti troppo lontani dal suo modo abituale di sentire e di pensare. Tuttavia, se si spinge più addentro l'osservazione, si vedrà che certi filosofemi degli antichi non mancarono di produrre anche su lui una certa impressione, la quale non si troverebbe in troppo buon accordo colla dottrina biblica della Provvidenza regolatrice del mondo. Ma non potrebbe darsi per avventura che fosse stata o speculazione sua speciale, od influenza delle opinioni allora prevalenti o paura altresì della violenza, che allora regnava universalmente, quella che lo indusse a rinunciare ad una Provvidenza regolatrice delle cose singole?[428] Dio infatti, secondo lui, abbandona il governo del mondo ad un essere immaginario, la fortuna, la quale non si cura d'altro, che di mutare e rimutare continuamente le cose della terra, e in una indifferente beatitudine non ode il grido di dolore, che a lei solleva l'umanità. In onta a tutto questo però egli mantiene inesorabilmente la dottrina della responsabilità morale dell'uomo: egli crede al libero arbitrio.


La credenza popolare nel libero arbitrio domina in occidente da tempo antichissimo, come è vero altresì che in tutti i tempi ognuno è stato tenuto responsabile del fatto proprio, come cosa che implicitamente si è sempre intesa da sè. Ma assai diversamente accadde rispetto alla dottrina filosofica e religiosa, che si trovava nella necessità di mettere d'accordo fra loro la natura dell'umano volere e le grandi leggi della natura. Qui si ha un più ed un meno, secondo i quali in generale si regola l'apprezzamento della moralità. Dante non è affatto indipendente dai delirj astrologici, che rischiaravano di falsa luce l'orizzonte del suo tempo, ma egli si solleva con tutte le sue forze verso una elevata contemplazione dell'essere umano. «Le costellazioni, fa egli dire al suo Marco Lombardo,[429] danno bensì i primi impulsi al vostro operare, ma Lume v'è dato a bene ed a malizia, E libero voler, che se fatica Nelle prime battaglie col ciel dura. Poi vince tutto, se ben si notrica».

Altri eran liberi di cercare la necessità, che si contrappone alla libertà, in qualche altra potenza, fuorchè nelle stelle; — ma in ogni caso la quistione era posta, e non poteva più essere dissimulata. Se essa poi fosse quistione sollevata dalle scuole o addirittura da singoli pensatori isolati, non spetta a noi il deciderlo qui e bisogna interrogarne la storia della filosofia. Siccome però essa si manifestò nella coscienza di un numero sempre più esteso d'individui, così è giusto che noi ce ne occupiamo ancora per pochi istanti.