Il secolo XIV si lasciò commovere in modo speciale dagli scritti filosofici di Cicerone, il quale, come è noto, passava per eccletico, ma sostanzialmente influì come scettico, perchè si accontentò sempre di riferire le teorie di diverse scuole, senza aggiungervi mai nessun corollario soddisfacente. In seconda linea vengono Seneca e i pochi scritti di Aristotile, che erano stati tradotti in latino. Ad ogni modo anche questi studi non furono senza un frutto, e questo fu appunto la capacità di riflettere sui più importanti problemi, almeno al di fuori della dottrina della Chiesa, se non in contraddizione con essa.


Col secolo XV crebbe, come vedemmo, il possesso e la diffusione degli scritti dell'antichità in modo affatto straordinario, e finalmente vennero nelle mani del pubblico tutti i filosofi greci ancora esistenti almeno nelle traduzioni latine. Ora, prima d'ogni altra cosa, merita di esser notato, che per l'appunto alcuni de' fautori principali di questa letteratura si professano strettamente religiosi, anzi perfin proclivi all'ascetismo (cfr. vol. I, pag. 365). Di frà Ambrogio Camaldolese non è il caso di parlare, perchè egli si restrinse unicamente alla traduzione dei Padri della Chiesa, e solo con grande ripugnanza, sulle istanze di Cosimo il vecchio, s'indusse a voltare in latino Diogene Laerzio. Ma i suoi contemporanei Nicolò Niccoli, Giannozzo Manetti, Donato Acciajuoli, papa Nicolò V congiungono una profonda cognizione della Bibbia ed una sincera pietà con una cultura umanistica universale.[430] Anche in Vittorino da Feltre riscontrammo già (v. vol. I, pag. 282) un indirizzo ben poco diverso. Quel medesimo Maffeo Vegio, che cantò il tredicesimo canto dell'Eneide, aveva per sant'Agostino e per sua madre Monica un entusiasmo, che riescirebbe inesplicabile senza ammettere in lui un sentimento di profonda pietà. Frutto e conseguenza di tali tendenze fu poscia, che l'Accademia platonica di Firenze si propose formalmente di compenetrare lo spirito dell'antichità col Cristianesimo: singolarità affatto caratteristica in mezzo al prevalere universale delle idee umanistiche.


Queste nella sostanza erano per l'appunto profane, e acquistarono ogni dì più un tale carattere coll'allargarsi degli studi nel secolo XV. Gli umanisti, che abbiamo già imparato a conoscere agli avamposti dell'individualismo già uscito d'ogni tutela, in tutte le loro azioni di regola si mostrano tali, che perfino la loro religiosità, di cui pur talvolta essi menano vanto, può parer tale da non doverne tenere alcun conto. Essi vennero in voce di atei, mentre in sostanza non erano che indifferenti o tutt'al più tenevano un linguaggio assai franco contro la Chiesa; infatti, un ateismo di professione o comecchessia dedotto speculativamente nessuno lo mostrò mai,[431] nè poteva mostrarlo. Se pure ebbero a base un principio direttivo, questo sarà stato piuttosto una specie di superficiale razionalismo, un fugace riflesso delle molte e contradittorie idee degli antichi, tra i quali passarono la loro vita, nonchè del profondo discredito in cui era caduta la Chiesa colle sue dottrine. Di quest'ultima specie era sicuramente quel ragionamento, che condusse Galeotto Marzio sino ai gradini del rogo,[432] e che l'avrebbe condotto anche sul rogo stesso, se l'antico suo discepolo Sisto IV non fosse accorso a strapparlo dalle mani dell'Inquisizione. Infatti Galeotto avea sostenuto, che chi si conduce onestamente e vive secondo la legge naturale insita in ciascun di noi, sarà salvo, qualunque sia la schiatta o la religione a cui appartenga.

Consideriamo, in via di esempio, il contegno religioso di uno dei minori di questa grande schiera, di Codro Urceo,[433] che fu dapprima maestro privato dell'ultimo degli Ordelaffi, principi di Forlì, e poscia per lunghi anni professore pubblico a Bologna. Riguardo alla gerarchia ed al monacato egli abbonda oltre misura delle accuse obbligate allora in uso: il suo linguaggio è estremamente mordace in generale, e per di più egli si permette di frammischiare la propria persona in tutte le cronache e i pettegolezzi cittadini, che narra. E tuttavia egli parla anche in modo edificante dell'Uomo-Dio e sa all'uopo raccomandarsi per lettera alle orazioni di un pio ecclesiastico. Una volta, dopo avere enumerate tutte le follìe della religione pagana, continua bizzarramente così: «anche i nostri teologi s'accapigliano fra di loro in questioni de lana caprina, quali l'immacolata Concezione, l'Anticristo, i Sacramenti, la predestinazione ed altre cose, che sarebbe meglio lasciare in disparte, anzichè propalarle pubblicamente». Un'altra volta prese il fuoco alla sua stanza e con essa ad alcuni suoi manoscritti già finiti, mentre egli era assente: quando ne fu informato, per via, montò in tanto furore, che, fermatosi dinanzi ad una immagine della Vergine, uscì in queste parole: «Odi ciò ch'io ti dico: io non sono demente, io parlo di tutto senno! Se nell'ora della mia morte io dovessi mai invocare il tuo ajuto, non importa che tu ascolti la mia preghiera e m'accolga fra' tuoi, perchè io voglio restarmene col demonio per tutta l'eternità!» Ma, tornato in sè, egli tuttavia stimò prudente, dopo una simile escandescenza, di tenersi appiattato per ben sei mesi presso un taglialegne. In mezzo a tutto questo egli era talmente superstizioso, che si trovava sempre in angustie per qualche augurio o per qualche prodigio; soltanto per l'immortalità non gli avanzava più alcuna fede. Interrogato da' suoi discepoli su questo punto, egli soleva rispondere, che nessuno sa che cosa accada dell'uomo, della sua anima ovvero del suo spirito dopo la morte, e che tutti i ragionamenti sul mondo avvenire non sono che spauracchi per le femminette. Ma quando fu in punto di morte egli raccomandò nel suo testamento l'anima sua ovvero il suo spirito[434] a Dio onnipotente, ammonì i discepoli, che gli piangevano intorno, a temer Dio e principalmente a credere all'immortalità e ad una giustizia retributiva dopo la morte, e ricevette i sacramenti con grande compunzione. — Non si ha alcuna garanzia, che uomini della stessa tempra senza paragone più celebri, anche manifestando opinioni in sè stesse ancor più ardite, sieno poi stati nella loro vita gran fatto più coerenti. È probabile che la maggior parte internamente abbiano oscillato tra l'incredulità e qualche avanzo di cattolicismo succhiato coll'educazione, ed esteriormente si siano serbati ligi alla Chiesa per mera prudenza.


Siccome poi il loro razionalismo aveva una stretta attinenza coi primordj della critica storica, così era naturale che qua e là sorgesse anche qualche timida indagine sulla credibilità del racconto biblico. Si suol ripetere tradizionalmente una sentenza di Pio II, che sarebbe stata pronunciata quasi coll'intenzione di prevenire le accuse:[435] «Quand'anche il cristianesimo non fosse confermato da miracoli, dovrebbe tuttavia accettarsi almeno per la sua moralità». Sulle tradizioni leggendarie, in quanto esse contenevano arbitrarie versioni dei miracoli biblici, molti si permettevano senz'altro di alzare le risa,[436] e ciò naturalmente esercitava alla sua volta un terribile contraccolpo. Trattandosi di eretici che inclinavano alle idee ebraiche, per prima cosa naturalmente negavano la divinità di Cristo, e questo per avventura fu il caso di Giorgio da Novara, che intorno al 1500 fu arso in Bologna.[437] Ma nella stessa Bologna intorno a questo tempo (1497) l'Inquisitore domenicano dovette lasciar fuggire, accontentandosi di una semplice dichiarazione di pentimento,[438] il medico Gabriele da Salò, che godeva la protezione dell'intera cittadinanza, quantunque avesse osato difendere una serie di proposizioni eretiche, come per esempio, che Cristo non fu mai Dio, ma figlio di Giuseppe e di Maria, nato da generazione naturale, che colla sua astuzia seppe trarre in inganno il mondo; che può benissimo aver subito la crocifissione, ma per delitti commessi; che la sua religione non tarderebbe a cadere; che nell'ostia consacrata era follìa il credere vi fosse il suo vero corpo, e finalmente che egli non operò i suoi miracoli per virtù divina, ma per l'influsso dei corpi celesti, e simili. Quest'ultima proposizione merita in modo speciale di esser notata: la fede è perita, ma si fa una riserva in favore della magìa.[439]


Riguardo al governo del mondo, gli umanisti non si sollevano in generale al di là di una fredda e rassegnata contemplazione di ciò che accade sotto l'impero della violenza e del disordine, che prevalgono dovunque. Da questo modo di sentire emersero i molti libri sul «Fato», qualunque altro fosse il nome, con cui chiamavano la necessità suprema delle cose. Essi per lo più non fanno che constatare il girarsi della ruota della fortuna e l'instabilità delle cose terrene, specialmente delle politiche: la Provvidenza vi è menzionata evidentemente soltanto, perchè si ha vergogna ancora di pronunciarsi pel nudo fatalismo o di rinunciare ad ogni distinzione di causa e di effetti, od anche di non far altro che sollevare vane querele. Non senza un certo spirito Gioviano Pontano costruisce la storia naturale di quell'ente immaginario, che si chiama la Fortuna, desumendola da un gran numero di esperienze, che ebbe occasione di fare egli stesso.[440] Più facetamente ancora, sotto forma di una visione avuta in sogno, Enea Silvio tratta lo stesso argomento.[441] Invece il Poggio, in un scritto senile,[442] si sforza di mostrare il mondo come una valle di miserie e di classificare la felicità dei singoli ordini sociali quanto più bassamente è possibile. Questa intenzione in sostanza rimane anche in seguito la prevalente: di moltissimi personaggi illustri si cercano le vicende fortunate e le sfortunate, e nel tirar della somma, queste generalmente prevalgono sopra quelle. Con linguaggio veramente dignitoso e quasi elegiaco Tristano Caracciolo[443] ci dipinge il destino d'Italia e degli Italiani, quale si poteva abbracciar d'uno sguardo intorno al 1510. Applicando poi ai singoli umanisti questo sentimento generale allor prevalente, Pierio Valeriano scrisse non molto dopo il suo celebre libro (v. vol. I, pag. 370). In questo riguardo qualche tema si presentava talvolta rivestito di attrattive affatto speciali, come, per esempio, la vita di Leone X. Ciò che di essa può dirsi dal punto di vista politico, l'ha detto Francesco Vettori in alcuni tratti veramente magistrali della sua storia: il lato epicuraico della stessa ce lo dànno Paolo Giovio e l'ignoto suo biografo:[444] i punti più oscuri e lo svolgersi successivo del suo destino appariscono con inesorabile fedeltà nel citato Pierio.