Di fronte a tutto ciò desta quasi ribrezzo quando si vede qua e là qualche latina iscrizione tessere pubblicamente le lodi della Fortuna. Così — pochi anni appena prima della sua cacciata — Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, osò far incidere sulla torre recentemente costruita presso il suo palazzo, che il suo merito e la sua fortuna gli avevano procacciato in abbondanza tutti i beni immaginabili.[445] Gli antichi, parlando a questo modo, non dissimulavano almeno un certo timore dell'invidia vendicatrice degl'Immortali. In Italia i primi a menar vanto pubblicamente della loro fortuna furono probabilmente i Condottieri (v. vol. I, pag. 28 e segg.).
Del resto la maggior influenza della risorta Antichità sulla religione non proveniva da un sistema filosofico qualunque o da una dottrina od opinione qualsiasi degli antichi, ma da una tendenza generale allora prevalente. Si preferivano gli uomini ed in parte anche le istituzioni antiche a quelle del medio-evo, si cercava di imitar gli uni e le altre in tutti i modi, e, preoccupandosi unicamente di questo, non si badava gran fatto alle differenze di religione. L'ammirazione per la grandezza storica assorbiva ogni cosa (cfr. vol. I, pag. 201 nota, vol. II, pag. 216).
Quanto ai filologi, vi si aggiungeva inoltre qualche pazzìa speciale, per la quale attiravano sopra di sè gli occhi di tutti. Quanta ragione avesse Paolo II di lamentarsi delle tendenze pagane de' suoi Abbreviatori e dei curiali in generale, non può esser messo del tutto in chiaro, in quanto che il suo principal biografo, che fu anche la sua vittima principale, il Platina, (v. vol. I, pag. 304, vol. II, pag. 77) per rifarsi delle persecuzioni sofferte, ce lo dipinge come estremamente facile all'ira ed alla vendetta, e ce ne dà in generale un ritratto, che pende piuttosto nel ridicolo. L'accusa di paganesimo, d'incredulità, di materialismo ecc.[446] fu sollevata contro i detenuti soltanto dopochè il processo per alto tradimento non avea dato verun risultato: inoltre, se siamo bene informati, Paolo non era l'uomo che fosse in grado di dare un giudizio nel campo scientifico, e si sa che, privo di cultura egli stesso, raccomandava ai romani di non portare l'istruzione dei loro figli al di là del leggere e dello scrivere. È la stessa povertà di vedute, da cui non andò esente neanche il Savonarola (v. pag. 277), con questo però che a papa Paolo si avrebbe potuto rispondere, che egli solo e quelli che la pensavano come lui aveano la colpa principale, se la cultura rendeva gli animi avversi alla religione. Del resto non v'ha alcun dubbio che egli fosse seriamente preoccupato delle tendenze pagane, che si vedeva pullulare d'intorno. Ma quali cose non si saranno permesse gli umanisti alla corte di un empio, qual'era Sigismondo Malatesta (v. pag. 302, nota)? Infatti l'unica loro preoccupazione era diretta a sapere fino a qual punto sarebbe loro stato concesso di spingersi per parte di quelli, cui volevan piacere. Nelle loro mani il Cristianesimo non è quasi più riconoscibile, tanta è l'impronta pagana, che essi v'imprimono (v. vol. I, pag. 348 e 355). Ma nessuno in questo riguardo andò più innanzi di Gioviano Pontano: presso di lui un santo non solo si chiama divus, ma deus: gli angeli per lui sono addirittura identici coi genii dell'antichità,[447] e le sue idee sull'immortalità richiamano l'Eliso e il regno delle ombre. Del resto anche altri non mancano di trascendere a veri eccessi. Allorchè nel 1526 Siena[448] fu assalita dal partito che era stato espulso, il buon canonico Tizio (ce lo narra egli stesso) s'alzò il 22 luglio dal letto avendo in mente un passo del terzo libro di Macrobio,[449] celebrò la sua messa, e recitò poscia la formola rituale usata da quell'autore contro i nemici, salvo che invece di dire Tellus mater, teque Jupiter obtestor, mutò e disse: Tellus teque Christe Deus obstetor. Egli ripetè due giorni quella preghiera, e nel terzo i nemici se ne andarono. Da un lato tali cose si crederebbero puri esercizi di stile o sacrificii fatti alla moda del tempo, ma dall'altro hanno l'aspetto di vere apostasìe religiose.
CAPITOLO IV. Innesto di antica e moderna superstizione.
L'astrologia. — Sua diffusione ed influenza. — Suoi avversari in Italia. — Confutazione di Pico e suoi effetti. — Superstizioni diverse. — Superstizione degli umanisti. Spettri di persone morte. — Credenza nei demoni. — La strega italiana. — Il paese classico delle streghe presso Norcia. — Fusione e rapporti colla stregonerìa del nord. — Malìe delle meretrici. — L'incantatore e lo scongiuratore. — I demonii sulla via di Roma. — Singole specie di malìe: i telesmi. — Magìa del getto dei fondamenti. — Il negromante presso i poeti. — Storiella magica di Benvenuto Cellini. — La magìa in decrescenza. — Specie affini della stessa; l'alchimia.
Ma l'Antichità esercitò anche un altro impulso essenzialmente pernicioso e precisamente di indole dogmatica: essa comunicò al Rinascimento le proprie superstizioni. Qualcuna di esse si era già mantenuta viva attraverso tutto il medio-evo; e così tanto più facilmente ora risorsero tutte. S'intende da sè che in ciò ebbe una parte grandissima la fantasia. Essa sola poteva imporre silenzio allo spirito essenzialmente investigatore degli Italiani.
La fede nella divina Provvidenza era, come s'è detto, negli uni notevolmente scossa per il cumulo di mali e di violenze, che si vedevano; gli altri, come ad esempio Dante, abbandonavano la vita terrena in balìa al caso e a' suoi capricci, e se, in onta a ciò, mantennero viva in sè stessi la fiaccola della fede, ciò non proveniva se non dalla profonda persuasione, che era in loro, di una superiore destinazione dell'uomo in un mondo avvenire. Ma non appena cominciò a vacillare anche questa persuasione, il fatalismo guadagnò il sopravvento — o, viceversa, dove prevalse il fatalismo, mancò la fede nell'immortalità.
Nella lacuna per tal modo aperta entrò innanzi tutto la scienza astrologica degli antichi, e più tardi anche quella degli Arabi. Da ogni singola posizione dei pianeti fra loro e in relazione ai segni del zodiaco essa indovinava gli eventi futuri e intere vite d'uomini, e per tal modo influiva sulle più importanti deliberazioni. In molti casi il modo di agire, al quale taluno si lasciava indurre pel creduto influsso delle stelle, può non essere stato più immorale di quanto sarebbe stato se di tale influsso non si fosse tenuto conto veruno; ma assai di frequente le decisioni sembrano essere state prese a tutto pregiudizio della coscienza e dell'onore. Egli è sempre sommamente istruttivo il vedere, come nessun lume e nessuna cultura sieno stati in grado di vincere questo delirio, perchè esso aveva la sua radice nella fantasia estremamente facile a impressionarsi, e nel vivo desiderio di conoscere e di determinare anticipatamente il futuro, e perchè l'Antichità vi aggiungeva il suggello della sua autorità.
Col secolo XIII l'astrologia acquistò improvvisamente una notevole prevalenza nella vita degli Italiani. Federico II conduce sempre con sè il suo astrologo Teodoro, ed Ezzelino da Romano[450] addirittura un'intera corte, e assai lautamente stipendiata, di tali uomini, tra i quali il celebre Guido Bonatto e il saraceno Paolo di Bagdad (dalla lunga barba). Essi erano obbligati di prestabilire il giorno e l'ora di qualsiasi impresa importante, e le enormi carneficine, di cui egli si aggravò la coscienza, in non piccola parte possono benissimo non essere state, che non semplice conseguenza delle loro profezie. D'allora in poi nessuno si perita più di far interrogare le stelle; non solo i principi, ma anche i governi repubblicani[451] mantengono regolarmente degli astrologi, e nelle Università[452] dal XIV sino al XVI secolo vengono nominati appositi professori di questa pretesa scienza, accanto agli astronomi veri. La maggior parte dei Papi consentono che sieno consultati i pianeti,[453] e se Pio II forma tra essi una onorevole eccezione,[454] non curando neanche l'interpretazione dei sogni, dei prodigi e degl'incantesimi, Leone X invece sembra essersi gloriato che sotto il suo pontificato l'astrologia fiorisse,[455] e Paolo III non tenne mai nessun concistoro[456] senza che gli astrologi non gliene avessero indicato il momento.