Fra i più illustri platonici che circondavano Lorenzo il Magnifico, regnava su questo punto un vero dissidio. Marsilio Ficino difendeva l'astrologia e fece l'oroscopo dei figli della casa regnante, e si vuole che a Giovanni (che fu poi papa Leone X) abbia presagito sin dalla nascita il Pontificato.[483] Per converso Pico della Mirandola scrisse la sua famosa confutazione, che fa veramente epoca nella storia dell'astrologia.[484] Nella fede che si presta all'influsso dei pianeti egli trova la radice di ogni empietà ed immoralità; se l'astrologo vuol credere a qualche cosa, dovrebbe piuttosto adorare i pianeti come divinità, dal momento che da essi fa derivare ogni felicità od infelicità; anche tutte le altre superstizioni troverebbero nell'astrologia una legittima espressione, mentre la geomanzia, la chiromanzia ed ogni altra specie d'incantesimi si rivolgono innanzi tutto ad essa per la designazione del momento fatale. Riguardo alla moralità egli dice: un maggiore incoraggiamento non può darsi al male, quanto col farne autore il cielo stesso, e in tal caso svanirà necessariamente ogni fede nell'eterna beatitudine o dannazione. Pico s'è dato perfin la pena di riveder le bucce agli astrologi in via empirica, e delle loro profezie climatologiche, su trenta giorni, egli ne trovò false più di venti. Ma la cosa più importante è questa, che egli (nel quarto libro) mise innanzi una teoria cristiana positiva sulla Provvidenza reggitrice del mondo e sul libero arbitrio, che su tutti gli uomini colti della nazione sembra aver fatto una maggiore impressione, che non tutte le prediche degli oratori popolari, alle quali questa classe di persone restava oggimai indifferente.
Innanzi tutto egli sconsiglia gli astrologi dalla pubblicazione delle loro dottrine,[485] e nel fatto coloro che sino a quel momento le aveano fatte stampare, ne restarono più meno svergognati. Gioviano Pontano, per esempio, aveva accettato nel suo libro «Del Fato» (v. pag. 312) tutta questa scienza erronea, e l'aveva poi esposta sistematicamente in una sua grande opera,[486] alla maniera di Firmico; ora nel suo dialogo «Egidio» non rinnega del tutto l'astrologia, ma gli astrologi, esalta il libero arbitrio e limita l'influsso dei pianeti alle cose corporali. Così la cosa continuò ad aver vigore praticamente, ma senza padroneggiar, come prima, tutti i rapporti della vita. La pittura, che nel secolo XV aveva illustrato con tutte le sue forze quel delirio, esprime ora un modo di pensare affatto diverso: Raffaello nella cupola della cappella Chigi[487] rappresenta tutto all'intorno le divinità dei pianeti e il cielo stellato, ma sotto la sorveglianza e la guida di splendide figure d'angeli e obbedienti al cenno dell'eterno Padre, che siede in alto. Anche gli spagnuoli, allor dominanti in Italia, non vollero mai sentir parlare dell'astrologia, e chiunque voleva mettersi in grazia dei loro generali non aveva a far altro che dichiararsi nemico aperto di questa scienza, ch'essi riguardavano come mezzo eretica, perchè in buona parte maomettana.[488] Ciò non ostante ancora nel 1529 il Guicciardini scrive: «quanto sono più felici gli astrologi che gli altri uomini! Quelli, dicendo tra cento bugie una verità, acquistano fede in modo che è creduto loro il falso: questi, dicendo tra molte verità una bugia, la perdono in modo che non è più creduto loro il vero».[489] E nemmeno è da credere che il disprezzo per l'astrologia conducesse necessariamente a credere nella Provvidenza, poichè molte volte accadde che i più s'accontentarono di adagiarsi in un vago ed indeterminato fatalismo.
L'Italia in questo, come in altri riguardi, non ha potuto usufruttare completamente l'impulso venutole dalla cultura del Rinascimento, perchè vi ostarono le conquiste straniere e la Contro-riforma. Senza di ciò essa avrebbe probabilmente rinunciato da sè a quelle pazze fantasie. Ora chi pensa che l'invasione e la reazione cattolica sieno state una necessità, di cui la colpa si deve unicamente apporre al popolo italiano, troverà anche giusta la pena dei danni intellettuali che ne derivarono. Peccato, che con ciò anche l'Europa intera abbia fatto una perdita immensa!
Di gran lunga più innocua che l'astrologia appare la fede nei pronostici. Tutto il medio-evo ne aveva ereditato un grande corredo dalle diverse antichità gentilesche, nè certamente l'Italia sarà rimasta neanche in ciò al di sotto delle altre nazioni. Ma ciò che dà qui alla cosa un colorito speciale è l'aiuto, che l'umanismo porge a questo delirio popolare: esso viene in soccorso ad una specie di paganesimo ereditario con un paganesimo d'indole letteraria.
Notoriamente le superstizioni popolari degli Italiani si riferiscono a presentimenti e conseguenze che si traggono dai pronostici,[490] e vi si aggiunge anche un po' di magìa, per lo più innocua. Quelli che innanzi tutti ce le fanno conoscere sono appunto taluni dotti umanisti, che le vengono enumerando per metterle in derisione. Quello stesso Gioviano Pontano, che scrisse quella grande opera astrologica, di cui già s'è parlato (v. pag. 330), nel suo «Caronte» nomina con senso di compassione tutti i pregiudizi, di cui son vittime i Napoletani: lo sgomento delle donne, se un pollo od un'oca soffrono di pipita; la profonda angustia di que' signori, se un falcone cacciatore tarda a tornare o se un cavallo si torce un piede; il motto magico dei contadini pugliesi, che essi pronunciano nella notte di tre sabbati consecutivi, quando cani rabbiosi mettono a pericolo il paese, e così via. In generale gli animali avevano il privilegio dei pronostici, come nell'antichità, e in modo particolare i leoni, i leopardi e simil fiere, che si mantenevano a spese pubbliche (v. pag. 19 e segg.), col loro contegno davano tanto più da pensare al popolo, in quanto involontariamente si era abituati a vedere in essi il simbolo dello Stato. Quando, durante l'assedio del 1529, un'aquila ferita volò dentro Firenze, la Signoria diede a colui che gliela portò un premio di quattro ducati, perchè era un favorevole augurio.[491] V'erano inoltre luoghi e tempi determinati per determinate ceremonie di buono o cattivo augurio od anche soltanto per prendere una decisione qualunque. I fiorentini credevano, testimonio il Varchi, che il sabbato fosse il loro giorno augurale, nel quale solevano compiersi tutti gli avvenimenti più importanti, favorevoli o sfavorevoli. Della loro superstiziosa ripugnanza di andare al campo passando per una strada determinata s'è già parlato (v. pag. 324). Presso i Perugini invece una delle loro porte, la così detta Porta Eburnea, avevasi in conto di fausta e propizia, tanto che i Baglioni in ogni spedizione facevano uscire le truppe per quella.[492] Aggiungansi le meteore e i segni celesti, che ora riguadagnarono il posto che aveano avuto per tutto il medio-evo, per cui da strani agglomeramenti di nubi la fantasia non tardò anche ora a creare eserciti di combattenti e credette di sentirne il fragore nell'aria.[493] E finalmente la superstizione divenne ancor più funesta quando ripeteva la sua origine da cose sacre, come quando, ad esempio, certe immagini della Vergine movevano gli occhi[494] o piangevano, o allorchè certe pubbliche calamità susseguivano immediatamente a qualche vero o preteso delitto, di cui il popolo domandava ad alta voce l'espiazione (v. pag. 284). Allorchè Piacenza nel 1478 ebbe a soffrire di piogge violente e continue, fu detto che queste non avrebbero cessato sino a che il corpo di un usuraio, che da poco era stato seppellito in san Francesco, non fosse stato di là trasportato a giacere in luogo non consacrato. E siccome il vescovo ricusava di lasciar disseppellire il cadavere, la gioventù popolana andò a prenderlo di viva forza, lo fece a brani per le vie in mezzo ad un tumulto che destava abbominio e ribrezzo, e lo gettò da ultimo nelle acque del Po.[495] Nè tali pregiudizi furono sempre un privilegio esclusivo del popolo, che noi vediamo parteciparne perfino un Angelo Poliziano, quando viene a parlare di Jacopo de' Pazzi, uno dei principali promotori della congiura denominata dal nome della sua famiglia, ordita a Firenze nello stesso anno 1478. Egli ci narra che quando costui si trovò avvinto dal capestro, con orribili imprecazioni consegnò l'anima propria a Satana. Ora anche quivi sopravvenne una pioggia tale, che il reddito dei grani minacciava di andar perduto, ed anche quivi una turba di popolo (per lo più del contado) disseppellì il cadavere dalla chiesa, e tosto scomparvero le nubi e tornò a splendere il sole: «tanto fu favorevole la fortuna all'opinione popolare» aggiunge il grande filologo.[496] Subito dopo il cadavere fu seppellito in terra non consacrata, ma il giorno susseguente fu tratto anche di là e, dopo un'orribile scorribanda per la città, fu gettato nell'Arno.
Questi e somiglianti tratti sono essenzialmente popolari e potrebbero essere avvenuti nel secolo X, ugualmente che nel XVI. Ma qui pure si scorge l'influenza della classica antichità. Degli umanisti si sa in modo certo ed esplicito, che essi credevano ai prodigii ed agli augurii, e ne recammo già qualche esempio (v. pag. 320). Ma se occorresse altra prova, basta il Poggio solo ad offrircela. Quel medesimo pensatore radicale, che nega ogni titolo di nobiltà e le disuguaglianze sociali (v. pag. 116), non solamente crede a tutte le apparizioni di spiriti e di demonii, che ebbero tanta voga nel medio-evo (fol. 167, 179), ma anche a tutti i prodigii d'indole antica, come, per esempio, a quelli, che furono annunciati in occasione dell'ultima visita di Eugenio IV a Firenze.[497] «Allora si videro nelle vicinanze di Como in sulla sera quattromila cani, che presero la via della Germania; a questi seguì una schiera di buoi, poi un esercito di armati a piedi e a cavallo, parte senza testa, e parte con teste appena visibili, e finalmente un gigante a cavallo, al quale seguiva un'altra truppa di buoi». Il Poggio crede anche ad una battaglia di piche e di mulacchie (fol. 180). Anzi, forse senza accorgersene, egli racconta un fatto che si direbbe tolto di pianta dall'antica mitologia. Sulle coste della Dalmazia apparve un tritone fornito di barba e di piccole corna, qual vero satiro marino, terminando colle parti inferiori nel corpo di un pesce ricoperto di squamme; esso rapiva in sulla spiaggia donne e fanciulli, sino a che cinque ardite lavandaie con pietre e verghe lo uccisero.[498] Un modello in legno di quel mostro, che si fa vedere a Ferrara, basta per rendere credibile al Poggio tutta la leggenda. Bensì non s'aveano più gli oracoli e non si potevano più interrogare gli Dei, ma in compenso tornò di moda il consultare Virgilio e l'interpretarne i passi augurali, che s'incontravano nelle sue opere (sortes virgilianae).[499] Oltre a ciò la credenza nei demonii, propria di tempi molto remoti, non rimase certamente senza un influsso su quella del Rinascimento. Gli scritti di Jamblico e di Abammone intorno ai misteri degli Egiziani, che potevano servire a quest'uopo, furono stampati già sin dal finire del secolo XV in una traduzione latina. Perfino l'Accademia platonica di Firenze non andò del tutto esente da un delirio simile e in generale da tutti i sogni neoplatonici del basso tempo romano. Ora egli è appunto di questa fede nei demonii, e della magìa che strettamente vi si connette, che qui dobbiamo dire una parola.