La credenza popolare in quello che si chiama il mondo degli spiriti,[500] in Italia è presso a poco la stessa, che negli altri paesi d'Europa. Innanzi tutto anche qui ci sono fantasmi, vale a dire apparizioni di morti, e se il modo di considerarle si discosta talqualmente da quello dei paesi settentrionali, ciò non si riduce in sostanza ad altro, fuorchè a questo che in Italia i fantasmi si chiamano coll'antica denominazione di ombre. Anche oggidì, se qualcuna di queste ombre si mostra, si fa celebrare un paio di Messe pel suo riposo. Che le anime dei reprobi appariscano sotto forma spaventevole, è cosa che s'intende da sè, ma quest'idea si associa ordinariamente ad un'altra, che i fantasmi dei morti in generale sono sempre maligni. «Molte fiate i morti guastano le creature» dice un cappellano presso il Bandello.[501] Probabilmente egli separa nel suo pensiero l'ombra dall'anima, perchè questa espia le sue colpe nel Purgatorio, e, se appare, d'ordinario non fa che supplicare e lamentarsi. Altre volte ciò che appare, non è tanto l'ombra di un uomo particolare, quanto un simbolo personificato di un avvenimento, di uno stato di cose già passato. Così i vicini spiegano l'apparizione del demonio nel vecchio palazzo visconteo presso S. Giovanni in Conca a Milano: infatti quivi una volta Bernabò Visconti avea fatto torturare e strozzare innumerevoli vittime della sua tirannide, e non era quindi meraviglia, se qualcosa vi si mostrava.[502] Ad un amministratore infedele della Casa dei poveri in Perugia una sera, mentre egli stava enumerando del danaro, apparve una turba di morti con fiaccole nelle mani e danzò la ridda intorno a lui; ma una figura più grande delle altre parlò in tuono minaccioso per essi; era S. Alò, protettore delle case di Ricovero.[503] — Queste visioni erano così universalmente ammesse, che anche i poeti potevano trovarvi un tema ordinario alle loro poesie. Il Castiglione, per esempio, assai bellamente fa apparire sotto le mura dell'assediata Mirandola l'ombra dell'ucciso Lodovico Pico.[504] Del resto è un fatto che la poesia preferisce tali allusioni precisamente allorquando il poeta, ripudiando il comune pregiudizio, crede meno di ogni altro alla verità di quanto viene narrando.


In seguito l'Italia fu piena delle credenze popolari intorno ai demonii, quali regnavano presso tutti i popoli nel medio-evo. Si aveva la piena persuasione che Dio permetta talvolta agli spiriti maligni di qualsiasi specie una perniciosa influenza su alcune parti del mondo e della vita umana; soltanto si concedeva che l'uomo, al quale i demonii s'accostavano per tentarlo, era sempre libero di far uso della sua volontà per resistervi. In Italia specialmente il lato diabolico degli avvenimenti naturali assume nella bocca del popolo assai facilmente una certa grandezza poetica. La notte della grande inondazione della valle dell'Arno nell'anno 1333 uno dei santi eremiti dei dintorni di Vallombrosa udì dalla sua cella un tumulto infernale, si fece il segno della croce, s'affacciò alla porta e scorse neri e spaventosi cavalieri passare a cavallo armati di tutto punto. Dietro un suo scongiuro uno di essi si fermò e gli disse: «andiamo ad affogare la città di Firenze per le sue colpe, se Dio lo permette».[505] E con questa si può paragonare la quasi contemporanea apparizione, che si pretende accaduta a Venezia (1340), dalla quale poi un qualche grande maestro della scuola veneziana, probabilmente Giorgione, cavò un quadro maraviglioso, vale a dire, quella galera piena di demonii, che colla velocità di un uccello correva sulla tempestosa laguna per devastare la peccatrice città, sino a che i tre Santi, che non conosciuti erano saliti sulla barca di un povero pescatore, col loro scongiuro precipitarono i demonii e la loro nave negli abissi del mare.

Ora a questo credenze s'associa l'errore, che l'uomo, mediante lo scongiuro, possa avvicinarsi ai demonii ed usare del loro aiuto pe' suoi scopi mondani d'interesse, d'ambizione e di sensualità. In questo riguardo furono forse più gli accusati, che i veri rei; e precisamente quando si cominciarono ad ardere i pretesi maghi e le streghe, gli scongiuri o gl'incantesimi si fecero più frequenti. Dal fumo dei roghi, sui quali furono sacrificati quegli uomini sospetti, salì per la prima volta un vapore inebbriante, che animò un numero maggiore di uomini perduti ad abbracciar la magìa. Ad essi si unirono poi audaci impostori.


La forma popolare e primitiva, sotto la quale questi pregiudizi si mantennero forse senza interruzione sino dal tempo dei Romani, sono le malìe della strega.[506] Questa può protestarsi pressochè come completamente innocente sino a che si restringe alla sola divinazione,[507] ma il passaggio dal semplice pronostico alla cooperazione attiva per l'esecuzione di un fatto spesso può essere impercettibile, e tuttavia esercitare un'influenza decisiva sull'azione stessa. Trattandosi d'incantesimi attivi, alla strega vuolsi principalmente attribuire l'eccitamento all'amore o all'odio tra uomo e donna, o qualche maleficio tendente a nuocere e danneggiare, specialmente a far morire di consunzione teneri fanciulli, sebbene talvolta la causa di ciò apparisca più evidente nell'abbandono e nella stolta incuria dei loro parenti. Ma, anche prescindendo da ciò, come decidere quanto, dei danni recati dalla strega, sia da attribuire alle sue ceremonie, alle sue formole magiche e incomprensibili, ed anche alla volontaria invocazione del demonio, e quanto invece ai medicamenti ed ai veleni, che per avventura essa può aver somministrato con piena coscienza del loro effetto?

Come poi in modo molto più innocente anche alcuni frati mendicanti pretendessero di rivaleggiare con essa o di farle concorrenza, lo apprendiamo, in via di esempio, dalla strega di Gaeta, di cui ci parla il Pontano in uno de' suoi dialoghi.[508] Il suo Suppazio, viaggiando, arriva alla di lei abitazione appunto nel momento in cui ella dà udienza ad una giovane e ad una fantesca, che vennero con una gallina nera, con nove uova deposte in venerdì, con un'anitra e con filo bianco, attesochè è il terzo giorno dopo la luna nuova: pel momento esse vengono rimandate e invitate a tornare per l'ora del crepuscolo. Probabilmente non trattasi che di un pronostico: la padrona della fantesca è stata ingravidata da un frate; alla fanciulla l'amante s'è reso infedele e s'è chiuso in un convento. La strega si lagna: «dopo la morte di mio marito, io vivo di questi affari, e potrei star meglio, perchè le nostre donne di Gaeta sono molto credule; ma i frati mi rubano il mestiere, spiegando sogni, vendendo per danaro la protezione dei Santi, promettendo un marito alle fanciulle, un figlio maschio alle donne incinte, un figlio qualunque alle sterili, oltre che di notte, quando i mariti escono per la pesca, le visitano di soppiatto, dopo aver preso gli opportuni concerti nella chiesa». Suppazio l'avverte di non tirarsi addosso le ire del convento con simili discorsi, ma essa non ha paura di nulla, perchè il guardiano è un'antica sua pratica.

Ma il delirio cresce, e dà origine ad una specie ancor peggiore di streghe: quelle che con malefici tolgono agli uomini la salute e la vita. In questi casi, quando una maligna occhiata non basta, si ricorre innanzi tutto all'aiuto di spiriti superiori. La loro punizione, come vedemmo già parlando della Finicella (v. pag. 268), è il rogo; e tuttavia il fanatismo inclina ancora a qualche accordo: nello Statuto di Perugia infatti troviamo che, pagando quattrocento lire, possono riscattarsi.[509] Ciò vuol dire che in allora la cosa non si trattava ancora con quella logica inesorabile, che si adottò più tardi. Nel territorio della Chiesa, in un'altura dell'Appennino e precisamente nella patria di san Benedetto, a Norcia, pare che esistesse il centro di ogni stregoneria ed incantesimo. La cosa era universalmente nota. Quegli che ce ne dà contezza è Enea Silvio, in una sua lettera giovanile.[510] Egli scrive a suo fratello: «il latore di questa lettera è venuto da me per chiedermi se io conoscessi un Monte Venere in Italia, dove pretendesi che s'insegnino le arti magiche, delle quali è curiosissimo il suo padrone, un grande astronomo sassone.[511] Io risposi, che conosceva un Porto Venere non lungi da Carrara, sulla costa dirupata della Liguria, dove passai tre notti nel mio viaggio a Basilea: trovai altresì, che in Sicilia esiste un monte consacrato a Venere, l'Erico, ma non so che quivi s'insegni magìa. Tuttavia nel dialogo mi risovvenne, che nell'antico ducato (Spoleto), non lungi dalla città di Norcia, v'è un sito, dove sotto una scoscesa rupe trovasi una caverna, nella quale scorre dell'acqua. Quivi, come ben ricordo di aver udito, havvi un convegno di streghe (striges), di demonii e di ombre notturne, e chi ne ha il coraggio, può vedervi gli spiriti (spiritus), e parlar con loro e apprendere le arti magiche.[512] Ma io non l'ho veduto, nè mi sono interessato di vederlo, perchè ciò che non può apprendersi se non per via di peccato, meglio è non apprenderlo». Ciò non ostante, egli nomina la persona che lo informò e richiede suo fratello, che voglia condurre il latore della lettera da quella, se è ancora in vita. Come si vede, Enea per compiacere quell'illustre personaggio va tanto innanzi da compromettersi quasi egli stesso, eppure personalmente niuno era più lontano di lui da ogni credenza superstiziosa (v. pag. 285 e 319), e in questo riguardo ha sostenuto delle prove, che anche oggidì non tutte le persone colte sarebbero in grado di sostenere. Quand'egli, al tempo del Concilio di Basilea, giunse a Milano ammalato di febbre da ben settantacinque giorni, non fu possibile indurlo ad accettare consulti medici fatti col mezzo della magìa, quantunque gli sia stato condotto al letto un uomo, che poco prima si pretendeva avesse curato e guarito in modo maraviglioso dalla febbre ben duemila soldati nel campo del Piccinino. Egli invece ancor sofferente intraprese il disastroso viaggio delle montagne per recarsi alla sua destinazione, e guarì cavalcando.[513]

Oltre a ciò, noi apprendiamo qualche cosa dei dintorni di Norcia anche dal negromante, che cercò di aver nelle sue mani il grande artista Benvenuto Cellini. Trattavasi di far la consacrazione di un nuovo libro magico,[514] e il luogo più opportuno erano appunto quelle montagne. Bensì il maestro dell'incantesimo ne consacrò un altro nelle vicinanze dell'abbazia di Farfa, ma incontrò delle difficoltà, che non si sarebbero incontrate a Norcia; oltre a ciò, i contadini di Norcia erano gente sicura, avevano una certa pratica di tali cose, e, in caso di bisogno, potevano prestare un valido aiuto. Ma l'escursione non ebbe luogo; diversamente Benvenuto con molta probabilità avrebbe imparato a conoscere anche i manutengoli dell'impostore. In allora quella regione era affatto proverbiale. L'Aretino in qualche punto delle sue opere parla di una fonte ammaliata, dove abitavano la sorella della sibilla di Norcia e la zia della fata Morgana. E intorno al medesimo tempo il Trissino ebbe il coraggio di celebrare nel suo lungo poema[515] quelle località con tutta la pompa della poesia e dell'allegoria, come la sede delle vere profezie.

In seguito tutti sanno che, dopo la celebre Bolla di Innocenzo VIII (1482), le persecuzioni piovvero sulle streghe in modo veramente spaventevole.[516] Siccome poi i principali strumenti di quelle persecuzioni furono i domenicani tedeschi, così bisogna concludere che la Germania si risentisse più particolarmente di quella piaga, e in Italia quei paesi che erano più prossimi alla Germania. Infatti anche le ordinanze e le Bolle dei Papi si riferiscono in modo speciale alla Lombardia e più particolarmente alle diocesi di Brescia, di Bergamo e di Cremona.[517] Inoltre dal celebre Manuale di Sprenger, il Malleus Maleficarum, si apprende che a Como, ancor nel primo anno dopo la pubblicazione della Bolla, furono arse non meno di quarant'una streghe, e si sa altresì che numerosi drappelli di donne italiane si rifugiarono nel territorio dell'arciduca Sigismondo, dove credevano di trovar sicurezza. Per ultimo noi veggiamo la stregoneria stabilirsi in modo invincibile in alcune sventurate valli delle Alpi, segnatamente nella valle Camonica,[518] dove le popolazioni parvero avervi una predisposizione affatto particolare. Queste stregonerie d'origine essenzialmente tedesca costituiscono quelle diverse varietà, alle quali corre il pensiero nel leggere storie e novelle accadute in Milano, in Bologna ed altrove.[519] Se in Italia non ebbero una maggior diffusione, ciò dipendette forse dal fatto che qui si aveva già una stregoneria propria, che si basava essenzialmente sopra elementi al tutto diversi. La strega italiana esercita un vero mestiere ed ha bisogno di danaro, e sopra tutto di avvedutezza e buona memoria. Dei sogni isterici delle streghe del nord, di viaggi aerei, di incubi e succubi qui non si parla nemmeno: il compito della strega è quello di procurare altrui qualche piacere. Se anche di lei si suppone che possa assumere diverse forme e trasportarsi a volo da luogo a luogo, essa non vieta che lo si creda, in quanto anche ciò contribuisce a darle un credito sempre maggiore; ma la cosa le può tornare estremamente pericolosa, se il sentimento prevalente che ispira, è la paura, se la si suppone maligna e vendicativa e se le si attribuiscono specialmente de' maleficii a danno di fanciulli, di bestiami e di raccolti campestri. In tal caso gl'Inquisitori e le autorità possono guadagnarsi una grande popolarità, condannandola al rogo.