[114]. In questa occasione ci sia permesso di dir qualche parola sugli occhi di Lucrezia Borgia dietro l'autorità di alcuni distici di Ercole Strozza, poeta della corte ferrarese (Strozii poetae, p. 85, 86). La potenza del di lei sguardo viene descritta in un modo, che non si spiega se non ricorrendo all'entusiasmo artistico di quel tempo, ma che non sarebbe permesso ora. Esso ora infiamma, ora agghiaccia fino a petrificare. Chi guarda a lungo il sole, resta accecato: chi s'affisava nella Medusa restava di pietra; ma chi guarda il viso di Lucrezia
Fit primo intuitu caecus et inde lapis.
Anzi un Cupido marmoreo, che dorme nelle sue sale, fu appunto marmorizzato dal di lei sguardo:
Lumine Borgiados saxificatus Amor.
Resta libero ai dotti di questionare se questo Cupido fosse quello che si pretende di Prassitele o l'altro, opera di Michelangelo, perchè essa li possedeva entrambi.
Eppure lo stesso sguardo ad un altro poeta, Marcello Filosseno, non parve invece che mansueto e altero! (Roscoe, Leone X, ed. Bossi, VII. p. 306).
I paragoni con figure ideali antiche sono altresì frequenti a quel tempo (v. vol. I, pag. 53 e 313). Di un fanciullo decenne è detto nell'«Orlandino» (II. str. 47), che ha una testa all'antica (ed ha capo romano).
[115]. Prendendo occasione del fatto che l'aspetto delle tempie può restare modificato dalla disposizione dei capelli, il Firenzuola si permette una comica sfuriata contro l'uso d'intrecciar troppi fiori nelle chiome, che dànno al viso l'apparenza di un vaso di gherofani o di presa o anche di un quarto di capretto nello schidione. In generale la caricatura gli fa buon giuoco ed egli sa usarla con garbo e finezza.
[116]. L'ideale della Bellezza dei Menestrelli veggasi in Falke — Die deutsche Trachten und Modenwelt — I, p. 85 e segg.
[117]. Sul suo retto senso del bello, che risulta dalle scene naturali, veggasi a pag. 28, nota.