Si trattava di studiare i cartelli, saperli interpretar bene, farci una buona cabala, levarci i numeri del lotto.
E a favoreggiare così nobili istinti la gogna aveva luogo, in generale, di venerdì.
La campana ora suonava, suonava a distesa.
Era la stessa campana, che aveva un tempo servito a chiamare i messi del Potestà, a indicare il momento in cui quell'ufficiale e i suoi giudici cominciavano l'amministrazione della giustizia.
Proprio la medesima campana, che poi fu destinata ad annunziare che un misero colpito dal rigor della legge s'incamminava al supplizio.
Più tardi con il suonarla si volle notare quell'ora, dopo la quale non era lecito ai cittadini di percorrere le vie senza lumi ed armati, senz'averne uno speciale privilegio, e per questo si chiamò campana dell'armi. Suonò per tale oggetto finchè ebbero vita le leggi repubblicane; suonò ancora dopo che Cosimo I ebbe pubblicato leggi ben più severe, per le quali condannavasi al taglio della mano chi dopo il suono di quella fosse stato trovato per le vie di Firenze!
Suonava, come ricorderà il lettore, sul principio di questo racconto, e suonò, sino a che spariti certi avanzi di barbarici ordinamenti, nel 1848 fu lasciata in pace, anzi calata.
Quella campana, con la sua lingua di bronzo, poteva ripetere la storia di cinque secoli!
E all'ombra della torre, in cima alla quale dindonava, si erano svolte
Dio sa quante tragedie!
Un erudito, scrivendo sul palazzo del Bargello, si dichiarava «persuaso che di gran lunga maggiore delle già conosciute, esser debba il numero delle tragedie, che per effetto di una tirannia timida o sospetta vi si sono consumate nell'ombra e nel mistero, senza che all'occhio dei profani sia stato concesso di scorgere neppure una stilla del sangue che si è versato!»