Egli esitava, come se temesse di commettere un'ingiustizia anche soltanto in pensiero.

Decise d'interrogare la Nencia.

X.

È una mattina del maggio 1833.

Nella sala di un palazzetto sul Canal Grande di Venezia, si trovano due personaggi, che il nostro lettore già conosce.

Una giovane signora stava quasi sdraiata sopra un sofà, coperto di velluto rosso, e adorno di gran fogliami, e fiori a intaglio nel legno dorato.

I raggi del sole entravano nella stanza discreti, temperati dalle tende di seta, che pendevano dinanzi alle finestre.

Il tappeto della stanza era bianco e azzurro: le pareti coperte di damasco rosso, a filettature d'oro: sul soffitto era dipinta un'allegrissima scena, a colori delicati; una Venere, splendente di venustà, circondata da Ninfe giovialissime e paffutelle, da Amorini in atteggiamenti scherzevoli e piacevolmente leziosi.

Nei grandi e alti specchi si riflettevano le ricchissime, sfarzose, artistiche suppellettili: si riflettevano le molli, voluttuose ondulazioni che facevano i contorni squisiti di un corpo flessuoso, abbagliante per meravigliosa leggiadria: ogni gesto della signora, ogni portamento della testa, ogni nuovo aspetto della sua bellezza poetica e sovranamente gentile.

La giovane signora era avviluppata in una gran veste di drappo fino, color di rosa, tutta guarnita sul dinanzi ed intorno al lembo da un soprammesso di raso bianco con ricami a rabeschi in oro.