—Non legger più, Roberto!—disse con un attuccio di sprezzo.—Questi abati la mattina dicono la Messa: il resto del giorno non sanno quello che dicono!

E rideva, ma di un riso poco spontaneo.

—Lascia che legga!—soggiunse Roberto, che teneva sempre gli occhi sulla Gazzetta.—Sentirai che c'è del buono…

—No, no… Tanto non ti confondere… questi critici non hanno gusto, e non si intendono della musica… Figurati che uno di loro ha scritto, tempo fa, che il mio trillo non è bello… Ma si può essere più disgraziati di costui!

Roberto era avvezzo a sodisfare i più piccoli desiderii di Antonietta.

Sapeva che non tollerava contradizioni. Però essa si credeva di un carattere così dolce, così pieghevole, così condiscendente!

Ma l'innamorato non conosceva altra legge che quella che emanava dalle labbra rosee della giovane vezzosa, nè avrebbe voluto obbedirne altra.

Ripiegò il giornale, senza proferir verbo, senza arrischiare la più piccola osservazione, abituato a quella sommissione illimitata, volontaria, che si trova in tutte le anime veramente amanti.

L'opera del Donizetti, Anna Bolena, scritta allora da poco più di due anni, aveva tutte le attrattive della novità. Se ne appassionavano il pubblico, gl'interpreti, i critici. Se ne disputava negli ambulatori de' Teatri, sulle scene, nelle sale dei principi come nei crocchi degli artisti.

Quando nell'anno, in cui comincia il nostro racconto, cioè il 30 decembre 1830, la sublime Pasta, la Orlandi, il Rubini, il Galli avevano cantato a Milano la nuova opera del maestro bergamasco, per tutta Italia, dove allora i cuori palpitavano per le grandezze dell'arte più che non palpitino oggi, e l'arte era ad essi suprema religione, e gli entusiasmi prorompevano più alti e più facili, per tutta Italia, dico, corse il grido delle vaghezze che infioravano l'opera nuova, ne furono ripetute le soavi melodie.