Gaetano Donizetti, sino allora fervido seguace del Rossini, si spingeva rapito nel tramite lucente della melodia belliniana. Nell'Anna Bolena, nel Pirata e nella Straniera parve s'incontrassero, si assimilassero le ispirazioni dei due genii più affettuosi, che la musica abbia avuto dopo il Pergolese.

Un silenzio era succeduto alla cessata lettura.

I due amanti si guardavano sorridendo.

Gli occhietti azzurri e furbacchiòli di Antonietta brillavano di una insolita espressione di malizia.

—Vedo che tu sei mortificato!—essa riprese in tuono leggermente sarcastico.—Leggimi, leggimi il giornale… te lo permetto!

E Roberto spiegò di nuovo la piccola Gazzetta, dicendo:

—Sentirai che l'abate è poi giusto!

—Giusto, o no, leggi pure!

Ecco che cosa scriveva il terribile abate, la cui prosa aveva irritato gli eccitabilissimi nervi della regina del canto:

—«Intese poi profondamente e sentì la signora Amieri il suo personaggio, Anna Bolena. La catastrofi d'una donna sensibile al pari ed altera, da un potente amore inalzata al soglio, e da una feroce incostanza precipitata nella morte dell'infamia… l'abbattimento nel vedersi sprezzata… il rinfranco d'una coscienza che si sente illibata… le furie e le imprecazioni della rivalità… la triste calma della rassegnazione… e le tenerezze del perdono… il delirio… e l'orribil sorriso della disperazione, al pronunziarsi della sentenza del suo disonore… il grido del raccapriccio al rimbombo dei bronzi che la chiamano al supplizio…»