—Quante cose, quante cose!—esclamò Antonietta impaziente.
«… tutti i miserandi e crudeli tumulti dell'anima di quella grande infelice,—proseguì Roberto leggendo e scolpendo viemeglio le parole—furono dalla somma attrice, coll'eloquenza dell'accento, coll'evidenza del gesto, in un quadro spaventevole e commovente, vivissimamente dipinti allo spettatore. È inutile il dire che ella ha destato nel pubblico un entusiasmo, e che ne ricevè i più unanimi e lusinghieri contrassegni.»
—O che cosa dice del tenore?—domandò Antonietta, che era un po' gelosa del virtuoso, che le era emulo nel favore del pubblico.
E Roberto ricominciò:
—Il celebre Darvili…
—Vedi… vedi… me non mi ha chiamata celebre! Oh, non importa,… continua.
L'articolo, come già ne' periodi citati, ritraeva esattamente il modo di scrivere, che era in voga.
«Il celebre Darvili (Percy),—diceva il critico tonsurato—si sostenne, mercè il suo gran possesso dell'arte, ma non essendo a lui molto adattata la parte, non può dirsi che abbia colta una palma di più.
«Del resto non è qui il luogo di parlare del metodo del signor Darvili. Egli ha avuto sempre critici ed ammiratori. Egli si è sempre segnalato non col tenere vigorosamente la nota, non col canto spianato, ma colla vivacità, colla grazia degli ornamenti. Egli, per così dire, non trionfò combattendo a piè fermo come il Romano, ma fuggendo come il Parto!»
Il critico, contemporaneo del Donizetti, andava innanzi con nuovo ardore.