Entrò una cameriera elegantissima, di forme appariscenti, e a cui sfavillavano in volto la salute e la giovinezza.

—C'è l'abate Pildani!—essa disse a voce bassa.

—Oh, il celebre abate!—osservò Antonietta, facendo un gesto teatrale.—Che passi!

Ma erano scorsi alcuni secondi, e l'abate non si presentava.

Egli era occupatissimo nell'anticamera a guardare, a interrogare la ragazza avvenente e grassotta, la cui vista lo giocondava.

E per sbirciarla meglio, si era alzato gli occhialoni verdi che portava sempre: il giorno in casa, per le strade; la sera al teatro.

La ragazza, obietto alla profonda e onorevole ammirazione del più illustre critico musicale di Venezia, era Lina Carminati.

—Passi, signor abate, passi pure!—diceva Lina, accennando alla porta della sala, quindi fattasi bruscamente innanzi, la aprì.

L'abate si trovò dinanzi a Antonietta, che gli corse incontro tutta festosa, e in atto tra il devoto e il motteggevole, come se volesse a un tempo chiedergli di benedirla e burlarsi di lui.

L'abate aveva aspetto singolarissimo. Era piccolo, tarchiato, con una grossa testa, un naso rigonfio e rossastro, in mezzo a un faccione, esilarato da un largo e perpetuo sorriso: nella fisonomia aperta si leggeva una grande astuzia, temperata da una sincera bonomia. Poi, gli occhiali verdi, e sotto il braccio, altro oggetto da cui non si separava mai quasi neppur in casa, un ombrellone verde, che teneva sulle ginocchia, come un bambino a cui facesse la nanna, anche quando scriveva i suoi articoli.