—Come va, figliuola?—domandò all'artista famosa, cui tutti parlavano con ossequio e trepidando, in un tuono che sembrava parlasse alla più umile delle mortali.

Anna Bolena rispose un po' crucciata. Quel modo familiare verso la Sua
Maestà la indispettiva.

—Ah, ah, capisco!—mormorò l'abate, i cui occhiali verdi erano volti verso il cembalo sul quale si trovava spiegata la Gazzetta.—Ho osato toccare la regina! Tocchi di penna, e di penna d'oca… non lasciano traccie, figliuola… Andiamo… via! Ti hai per male che un vecchio, che ti vuol bene, ti dica un po' di verità?… Un uomo, che ha i capelli bianchi, come me, non avrebbe diritto di dare un consiglio ad una monelluccia come te?…

Antonietta taceva, ma l'abate, accortosi che essa era in procinto di scattare, mutò subito registro, e si dette ad ammansare la piccola tigre.

Pochi istanti appresso, il sorriso era tornato sulle labbra di
Antonietta.

—Peccato,—disse l'abate Pildani a un certo punto della conversazione—peccato che il Donizetti abbia scelto quel libretto…

—Non le piace?—chiese Antonietta, con l'aria del maestro, che interroga uno scolaro.

—Non mi piace, no, se tu me ne dài licenza… e se non me la dài, me la piglio,—replicò il faceto abate.—O non hai letto il mio articolo?…

—Non abbiamo finito di leggerlo,—osservò Roberto, che aveva già scambiato con l'abate un cordiale saluto.

—Allora, ragazzi, ve lo finisco di leggere io. E l'abate si alzò, andò a prendere la Gazzetta, sollevò gli occhialoni verdi e lesse: