—«Della poesia, nelle opere per musica, non si può veramente parlare, senza sentir pietà del servaggio, cui qui son ridotte le muse. Se si paragona la lunghezza dei drammi dello Zeno e del Metastasio, con quella dei nostri libretti, si vedrà, anche materialmente, quanto in angusto sia stata ognor più coartata la poesia; e che quasi tutto il campo è occupato dalla musica, che spazia orgogliosamente, profondendo i tesori della melodia e dell'armonia.
«Poeta e scrittor di musica sulla scena paiono un magro e rannicchiato cliente, accanto al giovenalesco Matone, pingue causidico, riempiente la sua lettiga.»
L'abate guardò i due interlocutori per sorprendere sui loro volti l'effetto del suo ingegnoso e pomposo paragone.
—«Noi—e l'abate qui assumeva un accento solenne—non intendiamo di predicar riforma su questo punto, si segua pur così: ma la necessaria conseguenza è che la poesia in tante ristrettezze, non ha bastante sviluppo; e bisogna che talvolta resti per brevità oscura; tal altra si contenti d'una interiezione Ah!, di parole vaghe e generali, fato, avversa sorte, ecc., mentre converrebbe scendere a particolarità, a figure determinate, che solo parlano alla fantasia, facoltà dominatrice nella vera poesia.
«Conviene accennar figurine da paesaggio, ove non scoprendosi lineamenti, fisonomie, non si commovono affetti al loro aspetto. Vi resta più la verseggiatura che la poesia. Il signor Romani, bisogna confessare, che in varii de' suoi drammi ha portato queste catene colla maggior disinvoltura, e felicità possibile. Ma il libretto dell'Anna Bolena non è forse uno de' suoi migliori, neppur per la verseggiatura. Vi son luoghi in cui la lira di Romani si riconosce; ma spesso le corde dissonanti stridono.»
—Eh, che ve ne pare? Ma sentite anche questa. Ho voluto aggiustare una bottata al gran lusso delle scene, alla importanza che si dà a certi accessorii… E badate, figliuoli… Dio voglia si muti indirizzo… ma io prevedo fin d'ora che fra poco si scriveranno le opere per i macchinisti, per gli scenografi, per i vestiaristi… Se pure essi non saranno i veri autori! E si applaudiranno, non i canti, ma le scene dipinte, il vestiario dei sarti, i brillanti, i gioielli delle prime donne… Eccovi il mio paragrafo, corto, ma chiaro… come parlo sempre io:
«Diasi lode anche agli scenarii, particolarmente al primo, e al vestiario che è molto ricco. In oggi si sfoggia assai in vestiario: ciò è bene; ma guardiamoci dal fidarci troppo. Ricordiamoci del detto di Dèmonace a un tale che ne andava superbo del suo bel manto: Amico, prima di te, portò queste lane un ariete, e non era che un ariete.»
E l'abate, ridendo, buttò la Gazzetta sul tappeto.
XI.
Antonietta aveva avuto davvero a Venezia splendido incontro.