In quegli istanti, mentre ascoltava Antonietta, gli tornava alla mente tutta la storia della loro passione. Un solo punto in essa lo rattristava ogni volta che il suo pensiero ricorreva a certi tempi; la passione che Carlo Tittoli aveva avuto per la sua amante; passione generosa, esaltata, che aveva ispirato a quell'uomo infelicissimo i più duri sacrifizii.
Guarito della ferita, non pensava più al delitto di via della Luna; per lui e per Antonietta quel delitto aveva avuto un solo movente: il furto. Essi credevano Nello reo, e il Gandi era persuaso che Nello avesse tentato ucciderlo per derubarlo.
Lina non aveva osato fino allora di dire la verità, ma da anni aspettava, anelava le si presentasse il momento di palesarla, di liberarsi dal segreto orribile che la opprimeva.
Intorno a Roberto e a Antonietta, che vivevano così sereni e tranquilli, così contenti e sodisfatti del loro amore, si addensava, si preparava la più cupa tempesta.
Antonietta aveva finito di cantare il suo pezzo.
L'abate si profondeva in lodi, faceva le sue osservazioni estetiche.
Ma egli mandava in lungo la conversazione, non si decideva ad andarsene.
Era facile capire che era venuto con altro scopo che quello della musica.
Il celebre giornalista veneziano sapeva tutto quello che si diceva nella città, raccoglieva tutte le chiacchiere, tutti i pettegolezzi, che si mormoravano intorno a lui.
A que' tempi correvano facilmente sugli artisti le più strane leggende.