L'idea lo martellava, lo teneva sulle spine.
Un quarto d'ora dopo Roberto tirava di nuovo il campanello del palazzetto.
Lina veniva ad aprire. Le domandava notizie. Antonietta era un po' agitata. Egli le lasciava un piccolo involto, e le scriveva in un biglietto che vi avrebbe trovato rimedio infallibile al suo male.
Dopo una mezz'ora un uomo portava al palazzetto un libro. Roberto lo mandava ad Antonietta perchè lo leggesse, si distraesse, immaginandosi che doveva già star meglio.
Un'ora appresso un ragazzetto saliva le scale portando un grosso mazzo.
Fiori, che Roberto mandava ad Antonietta!
Essa gli era gratissima di tali premure, a cui l'aveva abituata, e con le quali l'innamorato gli rivelava che pensava a lei, che si occupava di lei ad ogni istante.
Antonietta, appena tornata in casa, se n'era andata in camera, dopo che Lina le aveva tolto il cappello e il mantello, e là, gettatasi sopra una poltrona, si era ingolfata ne' suoi pensieri.
Cercava d'illudersi: forse l'uomo, che aveva veduto, non era il Tittoli…. Ma no, lo aveva veduto troppo bene…. aveva dinanzi agli occhi quella fisonomia così triste…. Gli sguardi di lui si erano incontrati co' suoi, e avevano una tale espressione di rammarico, avevano gettato lampi di gelosia nel vederla accanto al rivale fortunato!
Le lacrime le venivano agli occhi ripensando alla sua oscura casa di Piazza degli Amieri, in Firenze, a' suoi poveri vecchi, agli anni della sua infanzia, a quelle sere in cui Carlo Tittoli andava a vederla, accompagnato dalla propria madre.