—Così giovane!—dicevano le signore più benevole, e tutte tenevano i canocchiali fissi sulla leggiadra artista, e non la perdevano d'occhio un minuto—così giovane e già vi è un tal mistero nella sua vita!

Era appunto quel mistero, nato dalle calunnie, dalle cupe, contradittorie e spaventevoli voci, che serpeggiavano, che sorvolavano di labbro in labbro, era quel mistero che agitava, scuoteva, attirava la folla: la rendeva più commovibile ai canti strazianti, che udiva.

Nel palco della principessa Calliraki, bellissima dama greca, che si trovava da un mese a Venezia, l'abate Pildani dopo il primo atto declamava, gestiva con in mano il suo ombrello verde.

—Dica, signor Abate… lei che conosce questa grande artista…. crede sia possibile che essa abbia commesso un delitto?…—domandava la principessa.

—No… Eccellenza… no—rispondeva l'abate—non è possibile!… E' una leggenda, una leggenda infame… come quella che raccontano sul sublime violinista, sul mio amico Paganini… L'ingegno della ragazza ha del prodigioso… la sua voce è un miracolo musicale. La folla crede difficilmente ai prodigi, ma quando ci crede, quando si è formato un idolo, dopo le prime pazze adorazioni cerca il punto debole, la fragilità, che possono avere questi esseri, che vede, con invidia, tanto superiori a sè, dopo averli essa stessa inalzati freneticamente a quelle altezze… E se può trovare il punto debole… se può scoprire un pretesto, un appiglio a queste fragilità… come è contenta! Le mille bocche briache, che urlavano l'osanna, che facevano intorno alla donna, all'uomo d'ingegno un tal baccano da divezzarli dal comprendere il valore della lode vera, onesta, temperata, immutabile perchè senza esagerazioni… le mille bocche, su cui tuonava l'iperbole, allora diventano bocche di vipere, e di vipere mai sazie di spargere il loro veleno… E' la folla cieca, ilota, che ha avvelenato così le più nobili esistenze, le reputazioni più gloriose, le fame più intemerate… Ciò che si racconta di questa ragazza è mostruoso….

—Bravo, signor Abate!—esclamava la Principessa, tendendo al principe della critica la sua mano delicata.—Gli occhi, tutta la fisonomia della ragazza confutano da sè le infami calunnie… Le si legge nel volto, negli atteggiamenti, la bontà, la generosa fierezza dell'animo.

La Principessa era giovane, ricca, corteggiata indipendente, e come abbiamo detto bellissima: non prendeva quindi alcun piacere alle calunnie: le era anzi molto a grado che la sfuriata dell'Abate le avesse dato modo di umiliare le tre o quattro creature meschine, spigolistre, che si trovavano nel suo palco, e che avevano lacerato fino allora il nome della artista.

Le parole dell'Abate furono, entro un quarto d'ora, riportate di palco in palco, e anch'esse cresciute, aumentate, a favore della ragazza: e del resto, prima che il secondo atto fosse a mezzo, l'ombrello verde dell'Abate aveva fatto la sua comparsa in varii palchi; egli aveva ripetuto da sè il suo giudizio, e con la sua solita chiarezza.

La calunnia si andava dissipando rapidamente, come era sorta.

Antonietta riceveva feste come una sovrana.