Molte signore, appena arrivate a casa, si misero in letto con la febbre, il dì appresso alcune erano ammalate.

La bella e sensibilissima principessa Calliraki la notte tenne sempre sveglie le sue cameriere, essendo in preda ad un'agitazione, che pareva delirio.

Un'ora dopo che il pubblico aveva lasciato il teatro, il cadavere sformato del Tittoli era trasportato sino in riva all'acqua e adagiato nella barca dei pompieri; di lì a non molto si trovava steso sopra una tavola di marmo nella stanza mortuaria dello spedale.

Là fu spogliato, un medico, sebbene convinto di adempiere una inutile formalità, procedette alla ascoltazione del cuore.

Ma il cuore di Carlo Tittoli non batteva più.

La morte gli era sembrata l'unica riparazione al disonore, che credeva ricaduto sul suo nome dal vile impiego che aveva accettato, l'ultimo balsamo alle ferite di un amore non corrisposto, che era stato la sola, la più grande, la infelice passione di tutta la sua vita!

Più volte si era detto nei giorni del dolore, quando si sentiva soverchiato dal peso de' suoi affanni:—«se non fosse mia madre!»—Sua madre morta, composta nel sepolcro, tributate alla sua memoria tutte le cure estreme dell'affetto, che sopravvive ad un essere adorato, egli era venuto a Venezia per compiere la ferale promessa.

Aveva voluto morire dinanzi alla donna che egli considerava come sleale, aveva voluto colpirla in mezzo a' suoi trionfi: lasciarle il ricordo della sua morte come un atroce rimorso.

Mentre il cadavere del Tittoli era lentamente trasportato allo spedale nella barca di servizio, Antonietta riavutasi, sorretta da Roberto e da Lina, scendeva verso la gondola, che doveva condurla a casa.

Entrarono tutti e tre nel felze, tutti e tre muti, costernati, e tutti e tre in quel momento i soli in Venezia che capissero i veri motivi di quella disgrazia.