Il magistrato scuoteva la testa in segno di approvazione.

—Non era il piede di Nello, molto più sottile e affilato e non era neppure… bisogna che lo dica… il piede dell'altro, che io avevo sospettato autore principale del latrocinio.

—E di chi era?—interrogò il direttore.

—Ecco quello che mi occupava… che mi ha per tanti mesi occupato… Alla fine avevo rinunziato, lo confesso, alla speranza di riuscire a identificare l'orma di quel piede… Molto tempo dopo, riflettendo al delitto… non pensavo mai ad altro… mi rammentai che una notte del 1831, mentre ero di servizio, in uno degli androni del Ghetto, avevo udito certi insoliti rumori, i quali mi avevano insospettito… Ero entrato nell'androne… avevo visto gente a qualche distanza in una stanza aperta e illuminata… due uomini che gesticolavano, e un'ombra di donna, che appariva di tanto in tanto sulla parete… Inciampai in un ferro… subito il lume fu spento… Rimasi al buio nel lungo androne nel quale gettava qualche bagliore la mia lanterna…

Lucertolo tacque un istante, rabbrividendo al ricordo di quella scena.

—Domandai:—soggiunse—chi va là?… Nessuno rispose… ma mi parve udire lo scricchiolìo del cane di una pistola: qualcuno si preparava a tirare… Alzai subito la pistola e feci fuoco…

—E allora?—tornò a interrogare il direttore.

Lucertolo ripeteva la storia di quello che gli era capitato la notte della fuga di Antonietta dal Ghetto, dopo che nell'androne aveva esploso la pistola verso la stanza in cui si trovavano Antonietta, Carlo Tittoli e l'ebreo Isacco.

—Udii un grido soffocato… Poi mi fu scagliata una pietra, che mandò in frantumi la lanterna, e mi spezzò questo dito…. Cascai giù privo di sensi… La mattina mi ritrovai affranto dal dolore della mano, stecchito dal freddo, steso sul nudo pavimento di un androne, e ne uscii a fatica, strascicandomi… Mi accorsi che i furfanti mi avevano trasportato, mentre io ero fuori di me, all'entrata di un altro androne… In quel momento mi era impossibile di mettermi a verificare… Alcuni giorni dopo, quando vi tornai, non riuscivo a orientarmi… Mi ricordavo sì che ero entrato la notte dalle così dette Coriaccie, ma non mi ricordavo quante svolte avevo fatto, quanti passi avevo mosso, prima di fermarmi… Gli androni sono lunghi… tortuosi… uno dentro l'altro, con ramificazioni, ripostigli, terrazze aperte… un vero laberinto…

—Ma, sedetevi!—disse il direttore.