Poi venivano le carrozze delle LL. AA. la Granduchessa, vedova di Ferdinando III, la arciduchessa Maria Luisa, che il popolo conosceva più familiarmente col nome di Gobbina, e della quale i poveri celebravano la pietà.

Chiudeva il corteggio un drappello di Guardie del Corpo.

Dalla Porta San Frediano fino al palazzo Pitti le finestre, i balconi delle case erano adorni di arazzi, di tappeti; le vie erano calcate di folla, «Procedeva lentamente—scrive il cronista di un giornale—per appagare le rispettose brame della concorsa moltitudine il Reale Corteggio. Di mano in mano che passava il Granduca con la novella Sovrana, applausi ad applausi, dimostrazioni a dimostrazioni di gioia succedevano.»

I Sovrani giunsero al Palazzo Pitti.

«La vasta piazza—continua il giornalista nello schietto stile del suo tempo—avanti all'I. e R. Palazzo di Residenza, rigurgitante di popolo, all'arrivo dei RR. Sovrani, di voci di letizia risuonò. Ed allorchè dopo esser la R. Comitiva entrata nella Reggia, S. A. I. e R, il Granduca colla Granduchessa Sposa ebbe la degnazione di presentarsi sopra la ringhiera, la circostante moltitudine proruppe in nuove e sempre più vive acclamazioni, a cui gli Augusti Sovrani si compiacquero di rispondere con reiterati segni di soddisfazione e della lor gioia, da quella di sì leali sudditi rendute maggiore.»

Alle 6 pomeridiane il cannone tuonava di nuovo dal forte di San Giovanni, annunziando la partenza degli Augusti Sovrani dalla Reggia per la Metropolitana. Alla porta della Metropolitana la Real Coppia fu ricevuta dal Clero e dalla Nobiltà ivi raccolta.

L'Arcivescovo intuonava l'Inno Ambrosiano, cantato «in scelta musica» dai signori Professori della I. e R. Cappella di Corte.

Tra le armonie dei cantici, tra i profumi dell'incenso, alla molle, bionda luce, che cadeva dai ceri, e che mandavan le lampade, appariva come soffusa di nuova grazia, e di più soavi attrattive la florida bellezza della giovane Sovrana.

«Nella sera—scrive il citato cronista, nostro avolo—tutta la città, non meno che i sobborghi, s'illuminarono: varii palazzi, e le principali strade offrivano superbi colpi d'occhio. Ma quel che richiamò maggiormente l'attenzione, e che non si era mai fin qui veduto, fu l'illuminazione delle alture che circondano la nostra bella città. Appena imbrunì l'aria che tutti i punti elevati delle adiacenti campagne, i monti, i colli, le pendici, risplenderono, dove per fiamme sparse, dove, a seconda delle situazioni, per fuochi in ordine distribuiti, dove per serie di faci ricorrenti le linee architettoniche delle ville e dei più insigni edifizi.

«Una placida notte e senza luna favorì l'effetto dell'insolito spettacolo, che presentava la doppia illuminazione di Firenze, e del quasi anfiteatro delle sue famose circonvicine eminenze, combinata.