Da vario tempo essi erano tenuti appartati dagli altri ammalati.

Antonietta profondeva il suo denaro perchè fossero trattati con ogni attenzione, e non mancasse ad essi nella lor penosa condizione alcuna dolcezza. Mangiavano soli, come già abbiamo veduto, e ogni sera, dopo la loro refezione, sull'ora del crepuscolo, si mettevano in giro, passando da una stanza all'altra, e cercando ansiosi la figliuola.

Ormai i dottori li avevano assicurati che la ritroverebbero, che si era risaputo che era viva e che da un'ora all'altra poteva arrivare.

I due dementi scuotevano la testa in atto d'incredulità, e si rimettevano alle loro instancabili ricerche. Ma il sogno che aveva fatto Agatina, e che essa aveva raccontato ad Enrico, li aveva scossi ambedue, e speravano di dover alla fine ritrovare il loro angiolo.

La sera dunque del 1° luglio 1833, mentre si avviavano al solito verso la stanza ov'era il cembalo, i vecchi si fermarono come trasecolati.

Il cembalo mandava un suono che subito aveva colpito le loro orecchie.

Poi a quello si unì il suono di una voce limpida, argentina, che s'inalzava sempre più puro, più melodioso, e riempiva le stanze tutt'all'intorno.

I due vecchi erano arrivati in mezzo ad una sala.

Nascosti, agli spiragli di due porte semichiuse, stavano il Brinda,
Roberto, Lina, i due medici.

—Agatina!—esclamò subito Enrico.—Ma questa… è la voce della nostra figliuola!