—Sorella!—disse il frate dopo un breve silenzio, con voce esile, quasi appena gli restasse la forza di respirare.
La ragazza cominciò a parlare, con voce anche più sommessa, quasi all'orecchio del frate, facendo vivissimi gesti, tutta concitata come se proferisse parole che le scottassero il labbro, girando sempre attorno gli occhi per timore che altri la spiasse.
Al frate sfuggì due o tre volte un gesto di sodisfazione, una volta levò le mani al cielo, come in atto di preghiera e di ringraziamento.
—Ma c'è qualcuno tra quelle piante!—disse a un tratto Lina, raccapriccita, indicando al frate la punta di due alberetti, quasi accosto l'uno all'altro, e che si agitavano in modo strano, non ostante che non vi fosse alito di vento in quella calda mattinata.
Il rumore tra le foglie aumentò. Apparve fra il verde un grosso cappellaccio, poi un uomo che si faceva largo tra gli arbusti con le braccia lunghe e nerborute, e spiccando un salto balzò in mezzo al frate e alla ragazza, e arrivò così bruscamente e all'improvviso, che i due, i quali avevano cessato il dialogo, gettarono insieme un grido di spavento.
L'uomo, arrivato così in mal punto, era Lucertolo.
Ficcò gli occhi addosso al frate, poi, facendo un ghigno sinistro, dando in un urlo di gioia, lo aggranfiò con le sue mani di acciaio sotto il mento, e scuotendolo, squassandolo con quanta forza aveva:
—Ti ho ritrovato alla fine—esclamò.—Ti ho ritrovato, Bobi Carminati!… Ah, sei vivo anche tu… Il mio trionfo doveva essere completo.
Il frate barcollava, affranto, atterrito da quella improvvisa apparizione, e Lucertolo dovette spingerlo a sedere verso un alto mucchio di sassi perchè non cadesse.
—E che cosa volete fare ora?—domandò a Lucertolo Lina.