«Ma spingiamo più oltre le osservazioni della difesa.»
L'avvocato Arzellini s'ingolfò quindi in lunghe elaborate e peregrine considerazioni.
Insistè di nuovo specialmente sul fatto che altri che Nello era stato di certo l'assassino del pittore Roberto Gandi, che la poca oculatezza, la negligenza della polizia lo avevan lasciato sfuggire: che i ministri processanti, accecati subito dalle prime prevenzioni, non avevano, con grave jattura, ricercato.
Lucertolo si sarebbe gettato al collo dell'avvocato Arzellini.
Quello per lui era un grand'uomo! Come egli aveva subito indicato, e con quanta chiarezza, i metodi per scoprire il vero colpevole!… Come era fino, giusto, da artista, il suggerimento di fare indagini su chi era entrato, tra la sera e la notte del 14 gennaio, nel raddotto della Palla.
E dire che, lasciamo stare i suoi compagni, ma egli, egli Lucertolo, che si teneva così furbo, così destro, non ci aveva pensato! Da qualche tempo le sue facoltà erano ottuse!
—Ma mi rifarò, mi rifarò!—pensava l'irrequieto e ardente esecutore.
L'avvocato, giunto alla fine della sua orazione, dopo aver esaminato la causa in ogni suo lato e averla esaminata con tutto il calore della sua eloquenza, e la dirittura della sua logica, persuaso di aver luminosamente provato l'innocenza del suo cliente, così terminava:
«Altri che l'inquisito fu il feritore. Questo diverso assassino vi è certo; ma il Fisco si scusa e dice di non vederlo. Vorrà dunque egli valersi delle pene, delle ingiuste sofferenze inflitte al mio cliente come medicina a meglio vederci? E la pena, che tanto desidera pel mio cliente, sul cui capo una deplorevole fatalità accumulò apparenze delittuose, gli dirà forse chi fu il vero autore dell'assassinio?
«Il barbaro conquistatore di Roma, dopo aver convenuto il peso dell'oro, che dovea esser prezzo del suo riscatto, giunta la bilancia alla misura del peso, vi gettò sopra la propria spada per aggiungere un nuovo prezzo al già convenuto, intuonando quell'epifonema terribile: Guai ai vinti!