—No!—ripetè l'auditore Lechini con voce più forte, come se mettesse il suo più legittimo orgoglio nel mostrare che egli era della stessa opinione del suo superiore.
Le altre domande ebbero eguale risposta.
L'auditore Salti si alzò.
—Ho bisogno di assentarmi per un momento!—egli mormorò.
—L'aspetteremo,—soggiunse il presidente.—Dobbiamo deliberare sul quantitativo della pena…
—Oh, facciano pure… Quando la Rota ha giudicato reo un inquisito, circa la pena… lo sanno…. il mio voto è sempre per il più!
E uscì per una certa porticina a muro, che si trovava in un canto della stanza.
—La Rota,—continuò il presidente,—ha ammesso dunque come provato che l'inquisito è reo dell'assassinio, di cui fu vittima il pittore Roberto Gandi la sera del 14 gennaio… Sotto questo titolo sono varie le pene comminate dal Codice… Attendiamo pure che torni il signor auditore Salti per discutere sulla maggiore, o minor quantità della pena.
—Intanto possiamo dettare il principio della sentenza!—osservò l'auditore Pantellini, che si stropicciava le mani, e che ardeva di uno di quelli inesplicabili e rabbiosi amor proprii, che pur si trovano in ogni professione, stimolato, inasprito, centuplicato dal trionfo ottenuto allora sul presidente, dalla sicurezza di aver persuaso, convinto i colleghi, su' quali si vedeva cresciuto di autorità.
Ma l'auditor Salti tornava nella Camera di Consiglio.