Era lecito supporre che egli si fosse subito diretto alla cucina.
E, dominato dal suo pensiero, Lucertolo prese una delle candele sulla tavola e si avviò alla cucina, tale e quale come aveva fatto il pompiere Bobi Carminati la sera del 14 gennaio, dopo aver colpito la sua vittima.
Arrivato in cucina, Lucertolo cominciò a fiutare per tutto, a rifrustare ogni angolo.
La cucina era sucida, mandava fetori, l'acquaio, il camino luccicavano per l'untuosità ai crassi bagliori della candela di sego.
Guardò prima l'acquaio. Per tutto dove la pietra fa orlo si vedeva un fitto strato di fimo, formatosi con le scolature delle acque putride, delle sostanze oleose, non rimosse col granatino.
Lucertolo si mise a grattare quel fimo aderente alla pietra verso il reticolato.
A un tratto vide una materia rossastra.
Allora raccolse tutti quegli atomi rossi, e li gettò, a uno a uno, sopra un pezzo di carta.
Arrivò così a scuoprire la pietra, sulla quale vide ben chiara l'impronta di un grosso spruzzo di sangue, che vi era rimasto accagliato, penetrando a traverso le altre materie, che aveva imbevute.
La sera del delitto Bobi si era lavato due volte, e la prima volta, allontanando da sè il cane, che si accostava a lambire la catinella, avea gettato il liquido denso di sangue nell'acquaio, e andando giù a fiotto, sbattendo nell'angolo della pietra presso il reticolato, alcune particelle del sangue vi si erano fermate, infiltrandosi per le altre materie.