Diana era in abito da passeggio.
—Babbo,—gli disse, senza l'affetto che i buoni figliuoli sanno metter di solito in tale parola,—vado a far visita alla principessa di Caprenne…. È oggi il suo giorno.
Diana era accompagnata da una signora di oltre quarant'anni, parente del marchese, sprovveduta d'ogni mezzo e d'ogni scrupolo: allegra. S'imbellettava, si azzimava con la massima cura: avea sempre studio di allettare: era pretenziosa.
Tal donna avea dato il marchese per compagna e maestra alla giovane, che chiamava sua figliuola.
—Va', va' dalla principessa,—rispose il marchese alla ragazza,—va', e, fra non molto, io stesso verrò a riprenderti…. Saluta intanto la principessa….
Enrica in quel giorno riceveva: una sessantina di signore, e altrettanti gentiluomini, e forse più, l'aveano per varie ore costretta a quella tensione, a cui una padrona di casa deve sottoporsi per saper interrogare tutti, rispondere a tutti, ascoltar tutti, per andare dall'uno all'altro: per dir a tutti la cosa più grata, o più pungente, secondo l'intenzione. Molte donne non resistono a questa fatica, più grave che non si pensi. E, alla fine di certe giornate, si sentono spossate come un capitano la sera dopo una grande battaglia.
All'obbligo di parlare, di muoversi, di indovinare, di confutare le malizie delle amiche, di impedire che esse vi strappino dal labbro più di quello che vi piace far sapere su certi vostri atti, è da aggiungere il dovere di star stecchite, impettite, a disagio, in un abbigliamento di cerimonia.
Ma la principessa avea una salute di ferro: e resisteva felicemente a ben altre fatiche.
Diana arrivò al palazzo Gorreso, che era già tardi: verso le sei della sera. Le visitatrici, i visitatori aveano lasciato in pace la principessa.
Il cicaleccio era cessato in que' salotti, ove aveano echeggiato, poco prima, le voci più armoniose, più melodiose, nel conversare, che avesse Napoli.