Cercava, a studio, sfuggire gli sguardi del giovane.

La principessa si sentì veramente commossa.

Ella nutriva per quella fanciulla un affetto insolito, che non avea mai provato per alcuno: un affetto di una nuova specie.

Era tanto lieta, quando potea stringerla al suo seno: quando la guardava, la udiva parlare, si sentiva come scender nell'animo un influsso buono, che la consolava.

Da qualche tempo, conduceva spesso con sè Diana nella sua carrozza, al teatro, l'invitava talora a passare da lei intere giornate: giornate che alla principessa trascorrevano in una placidezza, in una contentezza indicibile.

Anche Diana voleva bene alla principessa: la credeva perfetta: le sembrava che tutti la dovessero amare, tanto era bella, affabile, seducente: un uomo solo non avrebbe ella voluto che la amasse.

Il marchese di Trapani, assiduo fra i parassiti che circondavano la principessa, avea voluto, o agevolato quella intimità.

Enrica avea presentato la figlia del marchese alla Corte, ove era stata benissimo accolta. I sovrani la trattavano familiarmente.

E la principessa le dava spesso consigli sul modo di diportarsi: ma tutto andava perduto: Diana era candidissima, non ostante che vivesse fra gente sì trista, era di quelle nature a cui sembra che il male morale, tanto son di buona tempra, non possa appiccarsi.

La principessa avea fatto seder la ragazza su un sofà, e chinandosi su di lei, carezzandole la fronte, tutta premurosa, e tutta ansiosa, ripeteva: