—Che hai, angioletto mio? Vuoi venire nella mia camera?… Ti coricherò: ti assisterò io.
A quelle parole Diana parve rasserenarsi.
Un'altra volta essa, trovandosi un po' sofferente, era stata coricata per qualche ora nella camera della principessa. Ed è inesplicabile la felicità che ne avea risentito.
Ella nutriva per la principessa una simpatia vivissima: verso di lei la spingeva un'attrazione invincibile; rinchiusa nella camera di essa, si era data a toccare tutti gli oggetti, di cui la gentildonna si serviva; i pettini di tartaruga, le scatole d'argento, le fialette, a borchie d'oro, ov'erano le polveri, i profumi: avea fin baciato un accappatoio, che la principessa indossava allora, sovente, la mattina.
Un affetto misterioso, che non avea nulla di volgare, eccitava Diana ad amare la bella, elegante gentildonna.
—È così,—avea detto un giorno,—ch'io mi sono spesso figurata mia madre, che non ho mai conosciuto….
Il Venosa, mentre la principessa soccorreva Diana, era rimasto inoperoso. Che cosa egli poteva fare? Ritirarsi. E aspettava il momento opportuno.
Gli dispiaceva molto del malessere di Diana e non sapea spiegarsene il motivo. Al cospetto della principessa credea di cattivo gusto mostrare la intimità che univa l'animo suo a quello della giovane.
Non potea staccar gli occhi dal gruppo che avea dinanzi: le due bellissime donne, una sofferente, la testa appoggiata, gli stupendi capelli biondi sparsi sul cuscino d'un sofà in raso nero; l'altra curvata, tutta amorosa, su colei che soffriva.
Qual artista avrebbe potuto rendere un tal quadro, con tanta venustà di linee, con tanta vivacità di seduzione?