Diana non perdea d'occhio nè Enrica, nè il Venosa. Vide che questi avea all'occhiello alcuni fiori: gli stessi fiori che erano in un magnifico vaso, smaltato d'azzurro, su uno stipo nel salotto. Era facile argomentare che la principessa gli avesse donati a Adolfo. Le parve che un momento, alzatisi, per guardare un non so che da una finestra, si stringessero le mani, in mezzo alle pesanti tende di stoffa color granato.

Ella soffriva e si mostrava ilare.

Si faceva buio nel salotto: la conversazione fra i tre durava sempre: Diana studiava Adolfo e la principessa: cercava dar un significato, non solo alle parole da lor pronunziate, ma alla inflessione onde erano pronunziate.

A un tratto, udirono un gran rumore nell'anticamera: servi che parlavano insieme: alzavano la voce: qualche cosa di molto grave dovea esser accaduto.

Fu aperto l'uscio del salotto attiguo: e un servitore, con un passo accelerato, rosso in volto, ansante, venne ad annunziare alla principessa che era arrivato l'intendente della tenuta di Mondrone e domandava di parlarle.

Dall'aspetto del servitore, dal rumore che avea udito, la principessa indovinò trattarsi di qualche sinistro: rimase impassibile, e disse che avrebbe subito ricevuto l'intendente.

Entrò un uomo di alta statura, asciutto, la pelle abbronzata, gli occhi neri, i capelli e la barba neri, foltissimi.

Fece una specie di genuflessione dinanzi alla principessa: e le baciò una mano.

Poi, con rozza familiarità, esclamò:

—Eccellenza, abbiamo cattive nuove!