La principessa guardò la tavola apparecchiata per diciotto persone; e, fra tre quarti d'ora, gl'invitati doveano arrivare.

Ella avea tutto dimenticato, e non si era ancora abbigliata.

Quale contrasto fra la tavola, tutta splendente di fiori, di argenterie; i ricchi menus accomodati sul dorso di graziosissimi nani d'argento, dalla schiena ricurva: le piramidi di frutti canditi: la varietà dei bicchieri posti dinanzi a ogni convitato, e la tristissima sorte di Ciccillo Jannacone, freddo cadavere, penzolante alle intemperie nel bel parco di Mondrone!

La principessa avea posato sulla tovaglia, tutta tessuta di corone e d'iniziali, il plico, quasi lurido, lasciato da Ciccillo.

—Va bene,—aggiunse, rispondendo al maggiordomo,—mandate un altro…. Intanto, io vado a scrivere il biglietto che deve essere recapitato al conte….

Ella volea sapere qualche cosa sul suicidio del povero contadino; volea sapere che ne pensasse il giudice inquirente.

Si era rivolta, non senza un perchè, al conte Guicciardi.

Sapeva che, nel giudizio contro Roberto, egli le era stato un po' avverso: volea conciliarselo: e col cercar sempre mezzo di vederlo, mostrare che ella non aveva alcuna ragione per temere di lui.

Non lasciava nulla d'intentato nel lottare a pro della sua salvezza.

In tutto il palazzo, dalle cucine, sotto il pianterreno, ove eran raccolti i servitori sino all'ultimo piano ove erano le cameriere, occupate a riordinare la guardaroba, si parlava del suicidio di Ciccillo Jannacone: e si rammentava il delitto commesso dal figliuolo di lui.