E su tali argomenti si parlava anche nel salotto, ove il marchese Piero, Diana e il Venosa aspettavano la principessa, nè si accorgeano del tempo che passava.

Diana stava attentissima: non perdeva una sillaba.

Il marchese Piero insisteva nel dire che la famiglia degli Jannacone avea voluto tribolare in ogni modo i duchi di Mondrone e la loro gente.

—Tutti noi,—continuava il marchese,—rammentiamo lo spavento che ebbero il duca ed Enrica, allora non maritata, e tutte le persone al loro servizio, quando il figlio di colui che la notte scorsa s'è impiccato, uccise il vostro cugino: il conte di Squirace!

Il Venosa sospirò.

—Mi duole—ripigliò il marchese—aver forse commesso un'indiscrezione, nel tornare su tali memorie.

—Oh, potete immaginare—replicò il Venosa—ch'appena quell'uomo pronunziò il casato Jannacone, già subito il mio pensiero corse al delitto, commesso nel parco sedici anni or sono, e al delinquente…. Volete vi dica tutto l'animo mio?… e anche a voi, Diana….—seguitò il Venosa, con la sua voce simpatica, e strinse, nella sua eccitazione, la mano della fanciulla,—mio padre non credette mai che Roberto Jannacone avesse ucciso mio cugino…. Era sicuro che egli, incauto, avesse incontrato a caso la morte: e fosse caduto da sè nel precipizio, se pure non ve l'avesser gittato altri che quel Roberto…. E non per dire: voleva bene al suo nipote, al conte di Squirace, come ad un figliuolo…. Ne sapeva i difetti, ma li scusava,—secondo ripeteva,—perchè erano conseguenza più della sua educazione che d'un'indole cattiva…. La sua morte, così repentina, così tragica, lo colpì tanto ch'ebbe una lunga malattia…. Egli volle parlare col supposto assassino….

—Supposto?—interruppe il marchese.

—Vi dirò….

—Ma io non so nulla del fatto,—esclamò Diana.—Datemi qualche ragguaglio.