La principessa avea un grande dominio sopra di sè; pure riuscì a stento a simulare l'acuto dolore che le procuravano le parole di Diana.
Per la prima volta, qualcuno, al suo cospetto, osava metter in dubbio, discutere la sua deposizione nel famoso processo.
—Ah… tu sei una bambina,—le disse amorevolmente la principessa,—e spieghi molto zelo in cose, che spesso non lo meritano… probabilmente, tu non fai se non ripetere ciò che ti fu detto da qualche malvagio, e credi sia vero nella tua semplicità….
Il marchese redarguì Diana aspramente: si dolse di non aver alcun impero sull'animo della figliuola. Non voleva, per nulla al mondo, la principessa sospettasse ch'egli l'avesse sobillata.
Il Venosa rimase male; non ebbe il coraggio di fiatare. La principessa non volea ferir lui, ma il colpo lo investiva.
Enrica raccontò che avea licenziato l'intendente: e prese una sfuriata, parlando della negligenza della sua gente cui si doveva la morte del vecchio; gente barbara, essa diceva, idiota, senza costume.
—Avevo conosciuto, da bambina, quel povero vecchio!
E le lacrime, le sue solite lacrime, la soccorsero. Vi aggiunse un po' di tremito; il preludio d'una convulsione.
Diana le cinse la vita con un braccio per soccorrerla; le loro labbra s'incontrarono: e si baciarono.
Poco dopo, la principessa era sola nella sua camera e finiva di abbigliarsi per il pranzo. Ravviava le pieghe del suo abito color di rosa, dinanzi allo specchio. Ma, a un tratto, uscì dalla camera quasi di corsa. Le pareva di veder, a ogni istante, dinanzi a sè il gramo corpo di Ciccillo, pendente dall'inferriata, e la faccia pallida di Roberto, esprimente la disperazione.