Dall'altro lato della strada era il giovinottino di vent'anni. La donna matura l'avea condotto con sè nella carrozza del marchese, dopo il loro convegno, ed egli la guardava, beandosi.
Avea alla cravatta uno spillo, che essa gli avea poco prima donato, in segno della sua alta soddisfazione pel profitto nelle lezioni che da lei gli erano date.
Fra tali pericoli cresceva immacolato il candidissimo fiore della innocenza di Diana: il Venosa stesso però non si spaventava; conoscendone l'illibato, forte carattere, della corruttela ond'era attorniata e dalla quale sperava toglierla presto.
Ma il marchese non voleva, come sa il lettore, tale unione: e Diana stessa avea provato verso il Venosa le punture della gelosia, della diffidenza.
L'acerbo sentimento, per un poco attutito, dovea presto risvegliarsi.
La principessa, col suo furore di vanità, era destinata a contristare anche il cuore di Diana: a disputare ad essa come avea fatto ad altre il suo unico amore.
Chi le avrebbe detto ch'ogni legge di natura vi si opponeva?
In casa del marchese quella sera, durante il pranzo, fu parlato del fatto di Ciccillo Jannacone.
La signora Teodora, così si chiamava la parente del marchese, si commosse tutta.
Furon ricordate, con ogni ragguaglio, le due tragedie avvenute nel parco di Mondrone.