—Povero conte di Squirace!—esclamava la signora Teodora,—era un discreto giovinetto…. Ma l'altro: quello che fu condannato come assassino, che bell'uomo: un uomo come oggi se ne vedono pochi!… E che spalle!… Per me era innocente!
Il marchese crollava la testa.
—Oh, allora lo dicevano molti,—soggiunse la signora Teodora.—Anche mio zio, che era un avvocato di molto grido….
Diana facea sempre qualche domanda intorno a Roberto Jannacone.
La sera ne riparlò con la signora Teodora, accompagnandola nella sua camera.
—Per me,—le diceva costei,—quel giovane non era colpevole…. Ho sempre desiderato che scappasse dalla sua prigione. Venisse qui, lo accoglierei a braccia aperte. Povero giovinetto! Eh che bel giovinetto! A tempo della condanna, pensai molto a lui, a tutti i ragguagli di quel processo…. Ora me n'ero, da anni e anni, dimenticata…. Però, un innocente, dover stare tanto tempo in prigione, dovervi morire… poichè il suo processo, fu detto, non ammettea revisione…. Ma che condizione terribile! Sentirsi senz'alcuna colpa, e dirsi: nessuno mi giustificherà mai, non potrò uscir mai di qui…. Speriamo che riesca a fuggire!
—Oh, vorrei poterlo aiutare io nella sua fuga!—esclamò Diana.—Povero prigioniero! non lo scorderò mai, d'ora in avanti, nelle mie preghiere!
Ella sentiva verso di lui una simpatia inesplicabile.
Già le pareva, per quella corrispondenza misteriosa che è tra certi cuori amanti, eziandio senza si conoscano, ch'egli aspettasse da lei il suo massimo conforto, e le tributasse un culto, nel quale il rispetto arrivava all'adorazione.
In quella notte ella pensò molto a Roberto, e i discorsi da lei uditi, poche ore prima, pinsero i suoi sogni di strane immagini.