IV.
Da lungo tempo, il lettore non vede in scena l'eroe del nostro racconto: Roberto Jannacone.
Chiuso nel carcere di *** in Calabria, a poco a poco egli si assuefece a quella solitudine.
Sapea che atti impetuosi sarebbero tornati vani: una condotta savia, regolare gli avrebbe conciliati gli animi: potea render men dura la sua prigionia.
Soprintendente del carcere era un uomo ruvido e buono: Filippo Cardella, nato a Ischia. Egli era stato marinaro come Roberto: ma a causa d'una ferita assai grave, riportata alla gamba destra, in una manovra durante una burrasca, avea dovuto lasciar il servizio.
Filippo, salvo che zoppicava un po' dalla gamba, la cui ferita spesso gl'iterava il martoro, si conservava robusto e sapea farsi rispettare da chi si sia.
Per due o tre anni, Roberto restò nella sua prigione in un silenzio quasi assoluto. Egli stesso, per mesi, non udì il suono della sua voce.
Una sola idea ormai l'agitava: fuggire: ritrovarsi con la donna che l'avea sì vilmente, sì atrocemente tradito: vendicarsi in modo proporzionato all'ingiuria.
Che cosa era accaduto di lei? Avrebbe ella osato contrarre un nuovo matrimonio?
E immaginava di trovarsi libero, di scuoprir il domicilio di lei, rapirla a forza, e recatasela in luogo sicuro, sottoporla poi alle torture che egli, uomo sì mite, le andava preparando nella sua mente.