Accettava nella prigione volentieri ogni lavoro che gli era commesso: e, a poco a poco, vedendone l'indole tranquilla, il carceriere lo aveva unito a sè in certi umili servizi.
Dopo tre anni dacchè Roberto era nella prigione, venne a morire un vecchio settantenne, che avea passato circa quarant'anni in quello speco. Egli avea commesso un delitto orribile; giovane, ingolfato nei vizi, si era di notte recato alla casa di una sua zia, quasi ottuagenaria, che viveva sola, per sordidezza e per diffidenza che in altri destasse cupidigia il denaro da lei accumulato, e che tenea in calze sotto il letto in sacchi, in buche fatte studiosamente nel pavimento…. Il giovane si era fatto aprire la porta e avea ucciso la vecchia, dandole ripetuti colpi sul cranio con una leva di ferro…. Il delitto esecrando avea sollevato nel pubblico un orrore indescrivibile. Il giovane frequentava l'università, ed era per laurearsi: i professori lo avean sempre lodato come molto sveglio d'ingegno: avea scritto versi, novelle: sapea far benissimo distici latini, anche all'improvviso: era dissipato, ma colto, si credea capace di sentimenti gentili. Quel delitto stupì addirittura.
Nel carcere si condusse a meraviglia. Tutti ne erano contenti. O fosse il pentimento, o che realmente la sua indole buona fosse stata soverchiata in un periodo d'irresistibile frenesia, egli non cadde mai nel più piccolo trascorso: nè con parole, nè con atti mancò, sia pur lievemente, alla disciplina.
Dopo alcuni anni di prigionia, era stato chiamato dal soprintendente nel suo ufficio per tener la scrittura e per trentacinque anni ogni mattina, senza aver mancato una volta sola, poichè la sua salute si mantenne sempre floridissima, si recò in quella stanza, al far del giorno, e vi durava nel lavoro sino a ora inoltrata della notte; dolce, affabile, senza alcun rammarico; quasi non avesse avuto coscienza di un tenore di vita migliore di quella; e ogni impressione del passato fosse in lui spenta.
Una mattina indugiò dieci minuti a recarsi al suo lavoro. Ciò parve enorme. Si mandò per lui: era steso, immobile nel letto. Era morto nel sonno. La fisonomia placida, veneranda, le mani conserte sul petto, lo avresti detto un santo, piuttosto che un vecchio assassino.
Il giorno stesso della morte di lui fu chiamato a sostituirlo, nella stanza del soprintendente, Roberto.
Dopo tre anni, egli respirava; con quella prova di fiducia, acquistava una libertà relativa: ad ogni modo, assai maggiore di quella che avea potuto aver sin allora.
Fermo nel pensiero di tentar ad ogni costo una fuga, egli sperava aver miglior agio di esaminar bene l'edificio in cui era rinchiuso; farsi capace di tutte le difficoltà, che si opponevano al suo disegno. Ma più che esaminava, più che potea vedere, più queste difficoltà gli apparivano immense, e forse insormontabili.
Ad ogni modo, la fuga dovea esser preparata da molti anni di lavoro, di osservazione.
Di questo si persuase Roberto, senza scorarsi: ciò che a lui stava nell'animo era di arrivar al suo scopo, quello di vedere Enrica, prima di morire.