A forza di una continua, ansiosa osservazione su tutte le probabilità d'uscita, che offria l'edificio ad un prigioniero, sottoposto alla più dura vigilanza, ebbe a persuadersi che un solo modo gli rimaneva a effettuare una fuga: quello di limare, a poco a poco, l'inferriata della sua prigione: e procurarsi una lunga scala di corda.
Ciò era facile a pensare: ma il solo procacciarsi gli oggetti necessari a tentare la fuga, sentiva esser impresa superiore alle sue forze.
Non volle però disperare: aspettar per anni non lo spaventava: avea imparato la rassegnazione, e lo tenea vivo la speranza di tornare nel mondo a vendicarsi di chi l'avea offeso sì amaramente.
Passarono alcuni mesi.
Una sera, il soprintendente e la sua famiglia erano nel cortile della prigione; vi si trovavano pure alcuni prigionieri, occupati in certi servizi, e vari impiegati.
A un tratto fu udito un grido straziantissimo: la moglie del soprintendente si slanciava verso il pozzo, e dopo il suo grido di spavento, si mise a urlare:
—Salvatelo! salvatelo!
Tutti le furono appresso: poi si guardarono attorno: e si accorsero che era scomparso il bambino del soprintendente.
Pochi momenti prima, tutti l'aveano veduto baloccarsi intorno al pozzo: la madre lo avea leggermente sgridato.
—Chi lo salva? chi lo salva?—-domandò il padre atterrito.