La ferita della gamba gl'impediva di tentar egli l'ardua discesa.
Nessuno si mosse: eran tutti impietriti dallo spavento, sgomenti per la paura, che davan loro le malnate superstizioni.
Immaginavano alcuni, e si leggeva ne' loro sguardi, e il concetto si era così comunicato ad altri, che il bambino non fosse caduto, ma una potenza malefica e formidabile, nascosta in quel pozzo, l'avesse attirato a sè.
Tutti stavano muti, impensieriti; alcuni si rimanevano dall'accostarsi al pozzo più che tanto, sconvolti da' loro strani timori.
La madre, spenzolandosi all'orlo, guardando quella cupa voragine, tutta sonante dell'eco della caduta, chiamava con voce, dimezzata dal pianto, il figliuolo.
Ciò accadeva nello spazio di pochi secondi.
Roberto si trovava in una stanza attigua al cortile, e sorvegliata da un secondino, stanza ove si custodivano varii attrezzi.
Egli udì tutto. Uscì fuori, tenendo in mano una torcia accesa, si fece largo tra' compagni, gl'impiegati, e, in un attimo, si calò nel pozzo. Guardò bene verso il fondo: poi dette la torcia al soprintendente, dicendogli come dovea tenerla appoggiata all'orlo.
Egli scese pian piano; nessuno si accostava al pozzo, dal soprintendente all'infuori, e aspettavano, tremando, che, da un istante all'altro, Roberto vi perdesse la vita.
A un tratto si staccarono alcune pietre e caddero giù, sbattendo per le pareti con molto fragore, e facendo nell'acqua un gran tonfo.