Roberto gridò disperato: temeva quelle pietre potessero uccidere il bambino.
Credettero, udendo il grido e lo scroscio delle pietre, che Roberto fosse caduto; e si alzarono urla da tutti que' petti, ripercosse insieme nel vasto edificio come un sinistro ululato.
Alcuni de' prigionieri fuggirono, cedendo a un solo sentimento: la paura; ma gl'impiegati, benchè quasi non fossero più in condizione di provvedere a checchessia, ebber la forza di ricuperare la coscienza del loro dovere e d'impedire a' prigionieri d'allontanarsi.
Allora, tornati indietro, si accorsero che Roberto tirava sempre la fune, un'estremità della quale si era legata alla vita.
Il soprintendente e la moglie di lui erano al supremo dell'agonia.
Per essi, ognuna di quelle pietre staccatesi dovea aver ferito il loro figliuoletto, ne dovea aver colpito il gramo corpicello.
—Sciagurato,—pensava il soprintendente, che non avea più fiato da proferir parola,—me l'ha ucciso: e forse il bambino poteva salvarsi….
Mentre s'imprecava a lui, che tentava un'impresa quasi sovrumana, tanti n'erano i pericoli che sarebbero a ogni altro sembrati insuperabili, Roberto continuava la sua discesa.
Scorsero dieci minuti, un quarto d'ora d'aspettativa mortale. Nel pozzo non si udiva più alcun rumore. Il soprintendente ebbe il coraggio di toccar la corda: gli parve fosse lenta: tirò su: essa non resisteva: non v'era più attaccato alcun peso.
Sempre più il terrore occupava gli animi de' circostanti, lo stesso soprintendente avea il sangue agghiacciato in ogni vena. La moglie di lui era caduta in deliquio da un lato del pozzo, senza che alcuno le badasse, tanto eran tutti sossopra, in preda a un turbamento sempre eguale.