Il soprintendente riuscì alla fine a trovare un filo di voce e si irrise a chiamare, protendendosi innanzi: Trentanove!… Trentanove!…

Con questo numero Roberto era conosciuto nell'ergastolo. Un secondino ripetè lo stesso numero più volte, e a voce più alta.

Non si ebbe alcuna risposta. Roberto era morto.

Convintisi di questo, si allontanarono tutti: il soprintendente si chiuse nei suo appartamento, assistendo la moglie il cui stato pareva grave; ma, a un certo punto, anch'egli fa colto dal delirio.

Le ore passavano: la costernazione s'accresceva in tutti.

Alcuni, risensati, si rimproveravano di non esser discesi insieme con Roberto: di non aver almeno tentato d'aiutarlo: poi si dicevano: che se ciò avesser fatto, forse a quell'ora sarebber cadaveri.

La notte passò per molti fra angoscie.

La prigione fa visitata dai magistrati, che vennero a prender atto delle due morti. Accorsero medici, militari, altri ufficiali. Tutti s'accostavano al pozzo: vi si affacciavano: e se ne allontanavano inorriditi.

Sul far della mattina le due sentinelle, che erano di guardia nel cortile, gettarono il grido d'allarme!

Aveano udito un certo rumore verso l'orlo del pozzo: poi un uomo, che sembrava tenere con un braccio un pesante fardello, avea fatto l'atto di scavalcare.